San Gervasio di Bulgaria

L'area archeologica

San Gervasio si situa in una valle fluviale - quella del Cesano - ricca di insediamenti, lungo una strada valliva, diverticolo della Flaminia, congiungente la statio di Cagli con quella di Pirum Filumeni, la quale si trovava sicuramente entro l'attuale territorio di Mondolfo. Lungo il tratto stradale più vicino alla chiesa, soprattutto tra il passo di Senigallia e la località Ponte Rio, sono state rilevate delle tracce della centuriazione romana. I materiali riscontrabili in sito, soprattutto dopo le annuali arature, sono costituiti da laterizi e da frammenti ceramici, tessere musive, vetri, marmi, frammenti di bronzo e di ferro, monete di età repubblicana e imperiale. Vi si rinvengono anche resti ossei umani e, qualche decennio fa, anche tombe a fossa per lo più racchiuse da tegole.

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Mentre altri insediamenti venivano abbandonati, la località mantenne una sua vitalità anche nel periodo tardo-antico e nei primi secoli dell'alto medioevo, come dimostra l'edificazione di una basilica con dedicazione paleocristiana al martire milanese Gervasio, il cui culto era stato diffuso da S. Ambrogio. Del resto, molte tombe di fortuito rinvenimento dovrebbero risalire a questa fase, quando probabilmente la presenza delle reliquie di un martire concorse a fare dell'area circostante la chiesa una zona cimiteriale. A quest'ultimo fenomeno va riferito l'imponente sarcofago di marmo del Proconneso, datato al primo quarto del VI secolo, che costituisce per S. Gervasio l'unica testimonianza materiale oggetto di studi approfonditi e perciò anche la più nota. Conservato nella cripta della chiesa, esso è venerato dalla popolazione locale come l'antica tomba di S. Gervasio, il cui corpo però è custodito nella Basilica di S. Ambrogio a Milano. Più verosimilmente l'arca dovrebbe essere servita in origine per la sepoltura di un personaggio ragguardevole e posta presso le reliquie di un martire.

Il Monastero

Il Monastero di San Gervasio di Bulgaria fu fondato probabilmente tra VIII e IX secolo, ossia nell'epoca di trapasso dal regno longobardo indipendente all'impero carolingio, presso una preesistente chiesa che potrebbe essere stata plebana. Esso fu dotato di terre pubbliche poste non solo nell'attuale territorio comunale di Mondolfo, ma anche in altre zone della Bulgaria, territorio alla sinistra del Cesano estendentesi dal mare a S. Michele al Fiume. In assenza di documenti d'archivio anteriori al 1085 e a parte alcuni dati desunti da fonti narrative, sono soprattutto i toponimi da gualdo (germanico wald) come Gualdo, Gualdisiolo e Gualdonovo, che attestano l'origine pubblicistica del più antico nucleo fondiario di S. Gervasio: il termine indicava un aggregato di beni diversi, per lo più terre incolte del fisco regio o ducale longobardo.

Il Santo

La chiesa fu dedicata al martire milanese Gervasio, del quale ricevette delle reliquie probabilmente già prima dell'invasione longobarda.

I corpi dei fratelli Gervasio e Protasio furono scoperti a Milano da S. Ambrogio il 17 giugno dell'anno 386; due giorni dopo essi furono traslati con grande partecipazione di popolo nella "basilica dei martiri", l'attuale Basilica ambrosiana, dove tuttora sono sepolti. Da allora ebbe inizio la diffusione del loro culto, che raggiunse tutto l'Occidente latino.

La dedicazione delle chiese non è che la sepoltura dei santi. Perciò anche in questa chiesa di San Gervasio furono riposte, al momento della dedicazione, delle reliquie. Non necessariamente si sarà trattato di resti ossei, giacché in quell'epoca le reliquie potevano essere costituite anche da frammenti di indumenti o da oggetti venuti a contatto con il sepolcro dei martiri.

La Chiesa

Dal punto di vista strutturale S. Gervasio rappresenta un impianto basilicale triabsidato, con nove campate che, con arcate molto brevi, corrono verso il presbiterio sopraelevato sulla cripta. Attualmente le parti meglio conservate sono l'abside, all'esterno, e la cripta, ma buona parte della fisionomia della chiesa altomedievale potrebbe essere riportata alla luce eliminando i raffazzonamenti sette-ottocenteschi. Si risalirebbe così ad un'aula longitudinale di m. 28x13, spartita in tre navate da due colonnati sorreggenti archi a tutto sesto, ora seminascosti da muri di tamponamento eseguiti per separare la navata centrale destinata al culto dalle navate laterali, adibite ad abitazione e depositi rurali e perciò tagliate a circa mezza altezza da un solaio posticcio.

Come si è già detto, notevole per quantità e pregio è il materiale di spoglio di epoca romana: si veda, ad esempio, la colonna di granito orientale nella prima campata della navata sinistra, oppure i due capitelli corinzi tardo-romani nella quinta campata della navata destra. Un'esile colonna scanalata divide la navata sinistra dal presbiterio, mentre altrove si notano basamenti adoperati come capitelli.

Nel seminterrato, corrispondente alle navate laterali, si trovano anche resti di fondamenta in calcestruzzo, pietre squadrate e murature a spina di pesce.

La cripta presenta una sola colonna centrale, di marmo cipollino, sormontata da una base rovesciata, su cui è incisa un'iscrizione greca anch'essa rovesciata ("nessuno è immortale"), e da una lastra di arenaria lavorata a dentelli, sulla quale convergono gli archi della volta. Le pareti sono regolarmente scandite da arcatelle cieche, semplici nel semicerchio absidale e a bifora sugli altri lati.

L'ipotesi della derivazione strutturale di S. Gervasio dalle grandi basiliche ravennati si basa sulla fisionomia generale e su particolari quali le absidi a facce, che ricordano molto quelle di San Apollinare in Classe, o le arcatelle cieche della cripta.

Altra testimonianza che rimanda all'arte ravennate è il sarcofago posto al centro della cripta e datato al primo quarto del VI secolo. Gli studiosi che lo hanno attentamente esaminato lo ritengono probabilmente lavorato sul luogo: chiesa e sarcofago sarebbero pertanto contemporanei. Esso è comunque il più antico e più grande sarcofago di stile ravennate nelle Marche, ricavato da un unico blocco di marmo del Proconneso. Ha il coperchio a doppio spiovente, asimmetrico, e presenta nel pannello anteriore una croce monogrammatica a otto raggi con ai lati due pavoni dal ricco piumaggio. Nel pannello posteriore vi è una ghirlanda racchiudente il monogramma costantiniano a sei raggi, da cui si snodano due nastri ondulati terminanti in foglie d'edera, mentre nel fianco destro e sinistro della cassa, negli spioventi e nel fianco destro del coperchio è ripetuto il motivo della croce.

Singolare appare il chrismon del pannello anteriore, a causa delle aste che fuoriescono dal disco e addirittura dalla riquadratura: particolari che, uniti al notevole peso dell'arca, hanno fatto appunto supporre che la lavorazione del sarcofago sia avvenuto sul luogo.

Nel vano a sinistra della cripta, poggiante su un cippo in arenaria, si trova un catino di marmo bianco usato attualmente come acquasantiera. E' stato creduto da alcuni, ma a torto, un capitello classico rilavorato in età altomedievale e datato al VII-VIII secolo. Di forma quadrangolare, presenta agli angoli quattro volti scolpiti diversi fra loro: un uomo barbuto, due donne e, forse, un uomo-serpente. Un solo lato del catino è decorato, fra un volto e l'altro, con motivi floreali. Al centro dell'incavo sta un medaglione in altorilievo raffigurante un quadrupede cornuto, probabilmente il cervo alla fonte, in atteggiamento plastico con le zampe anteriori rialzate. L'iscrizione che corre lungo le quattro sponde, purtroppo in gran parte abrasa, rafforzerebbe l'ipotesi che si tratti di un fonte battesimale ad aspersione attribuibile alla scultura romanica (secolo XI-XII). Possibili analogie, tuttavia, sono riscontrabili con pile lustrali dello stesso periodo, studiate nell'Italia settentrionale.

Roberto Bernacchia
Monte Offo -
Associazione per la promozione della cultura
Mondolfo (PS)