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  • Lunedì 24 Agosto 2009 10:48
  • Ultimo aggiornamento Lunedì 24 Agosto 2009 10:56
  • Scritto da David Guanciarossa
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Jazz vivo a Bergamo

Dal 15 al 17 marzo (n.d.r. 1973) si è svolta a Bergamo la V Rassegna Internazionale del Jazz, organizzata dall'Azienda Autonoma di Turismo e curata per la parte artistica da Alberto Alberti e Cicci Foresti. La rassegna è stata presentata da Renzo Arbore, che sotto la sua nota spigliatezza tradiva l'emozione di essere coinvolto in una manifestazione di jazz, uno dei suoi primi amori.

La prima serata è stata aperta dal quartetto di Giorgio Buratti, che ha presentato una suite inedita. Buratti è un vigoroso bassista, e ha tirato fuori una buona sonorità e degli effetti piuttosto interessanti. Mi è piaciuto l'arrangiamento del « Carosello » televisivo, anche perché durante l'esecuzione l'impianto si è messo a fare strani rumori e Buratti con molta grinta ha cominciato ad inveire contro i tecnici della Meazzi. Il jazz è così, ha sempre bisogno di una componente di happening che lo renda più vivo. Musicalmente mi è piaciuta l'interpretazione tesa dell'ultimo brano, un bel tema di Mingus, il grande idolo di Buratti. Il jazz è anche questo, è amore: Buratti ama Mingus e lo suona bene. Le cose che non mi sono piaciute? L'atmosfera generale è un po' ispida e urtante per i miei gusti (va bene cioè, ma non per me personalmente) , Romano Sciò suona sempre ad un livello costante di tensione, mentre sarebbe più efficace se ogni tanto fosse un po' più calmo. Inoltre trovo che quando non si usa il varytone o altri aggeggi simili, non vale la pena di amplificare il sassofono con il pick-up. Mi è sembrato inadeguato il batterista Lino Liguori: penso che tutti i musicisti italiani debbano decidersi una buona volta a risolvere il problema della batteria; penso che se non si riesce a trovare o a formare un buon batterista è meglio fare senza, e ricorre ad un sistema di percussioni più aperto e più vario.

Un ottimo gruppo nella tradizione dell'hard bop era quello di Art Farmer e Dexter Gordon. Farmer ha suonato molto bene, e jazzisticamente ottimo, anche se non molto appariscente, è stato Kenny Drew, un pianista per intenditori. Bella la ritmica di Jimmy Woode e Billy Brooks. Discontinuo invece Dexter Gordon, che dopo una prima performance veramente bella, ha fatto un « Secret Love » proprio bruttino. Altrettanto sciatto è stato il blues finale, e sinceramente non capisco come musicisti così buoni possano cominciare bene, e poi stancarsi così presto.

Anche il quartetto di Al Grey è stato capace di suonare molto bene e molto male nella stessa esibizione. Aveva più swing di tutti gli altri gruppi, uno swing di quello buono, sanguigno, che funziona sempre. Grey, un anziano trombonista che fra gli altri ha suonato con Lionel Hampton e Count Basie, è molto bravo sia con la sordina wa-wa che col trombone aperto. Clarence Brown ha una grinta notevole nel blues, ma come solista di chitarra elettrica comincia bene, poi si perde per strada. Normale come cantante, è invece proprio incandescente al violino elettrificato, che stacca dalla tradizione colta occidentale, per riallacciarlo agli strumenti ad arco africani. Cioè, se iÌ violino, nato in Africa, fosse arrivato poi in America senza passare per l'Europa, probabilmente suonerebbe così. Anche questo gruppo però ha fatto strani errori di esecuzione, ritmi accelerati e rallentati, passaggi di insieme con le note sbagliate, tutte cose che, data la struttura musicale semplice e tradizionale, avrebbero dovuto essere evitate. Erano molto attesi i « Nucleus », un gruppo inglese che, oltre ad essersi accreditato in ambiente jazzistico, riscuote una certa fama anche presso il pubblico rock. Dicono che Jan Carr è un davisiano. Per me ha tenuto conto non solo di Davis, ma degli altri trombettisti neri, da Donald Byrd a Freddie Hubbard. Non si può dire che abbia uno stile originale, comunque suona bene.

Più scialbo è il sassofonista.

Mi piace molto McRae, mentre Gordon Beck mi sembra assai poco convinto e comunque impiegato a un decimo delle sue possibilità. Buona la ritmica, ma non strepitosa.

La musica è molto noiosa, ed è stata suonata con poco entusiasmo.

In sostanza ci si aspettava di più.

Da un punto di vista fonico poi, mi chiedo perché questi gruppi quando fanno le tournées in ambiente pop arrivano perfettamente organizzati, col loro impianto, il loro tecnico, con la consolle in sala, e invece nel jazz si affidano ad una amplificazione normale?

Forse perché i jazzofili sono meno esigenti in fatto di amplificazione. Certo è che i musicisti di jazz, che pure furono i primi a servirsi con un certo criterio dell'amplificazione, con l'avvento del rock l'hanno sempre più snobbata, ed ora ne pagano le conseguenze, perché non si riesce più a sentire un concerto amplificato bene, perché impianti e tecnici non sono ben calibrati per gli strumenti a fiato, perché i musicisti di jazz non conoscono la tecnica dei microfoni direzionali che si usano ora.

Il quartetto di Livio Cerri, che ha aperto la seconda serata, è in un certo senso il negativo del jazz (negativo in senso fotografico), perché il jazz è orale, il quartetto è scritto, il jazz è improvvisazione, è interprete-creatore nella stessa persona, invece in questo caso Cerri era da una parte, gli esecutori dall'altra. Il jazz infine è la rivincita degli strumenti da banda nei confronti di quelli da Camera. I giudizi sul quartetto sono stati quasi tutti negativi, e non poteva essere altrimenti. Ma il negativo di un negativo è un positivo. Il valore del quartetto di Cerri sta nel proporre nuove scritture al quartetto da camera, nel tentare vie anomale rispetto alla tradizione jazzistica, nel riallacciarsi alla propria tradizione colta, borghese ed europea, invece che alla cultura del negro americano. Penso tuttavia che il quartetto figurerebbe meglio in ambiente classico, con un pubblico gentile e silenzioso, perché il pubblico del jazz è massificato, è condizionato dagli stereotipi del jazz, e accetta malvolentieri cose diverse.

Keith Jarret ha preferito suonare da solo invece che con una ritmica raccogliticcia, ed ha fatto bene, perché una ritmica che non conoscesse a fondo la sua musica lo avrebbe castrato. Jarret è stata la punta massima del festival, in tutti i sensi, ed è piaciuto a tutti. La sua musica è una sintesi felicissima di altre musiche usate come materiali (Chopin, Debussy, John Cage, Bob Dylan, Elton John, Leon Russel, ecc.) , ed è la musica di oggi, ma non è jazz. E' musica moderna ma piacevole e commerciale. Jarret ha dato la dimostrazione che oggi non si può fare del jazz, se non come tradizione. Oggi tutti i buoni musicisti o tornano alla tradizione del jazz, al blues, allo swing, al bop, oppure si servono alla pari del jazz, del folk, del classico, per fare altra musica, la musica attuale. Jarret è uno di questi, e potrebbe figurare altrettanto bene in una manifestazione di musica classica o pop, o in una serata fra amici, o in un salotto letterario. Il quartetto di Jimmy Gourley ha fatto cose disimpegnate, stanche e risapute. Il successo che ha avuto dimostra che il pubblico del jazz non è migliore nè peggiore di altri pubblici, è abbastanza sveglio per seguire Keith Jarret, ma abbastanza sciocco da farsi prendere in giro da musichette facili.

Freddie Hubbard aveva smarrito la sua tromba, ed ha suonato con uno strumento prestatogli all'ultimo momento. Questa, circostanza avrebbe potuto mettere in crisi qualunque altro trombettista, perché la tromba è uno degli strumenti più personali che ci siano. Hubbard ha invece dominato benissimo la situazione, con l'eccezionale abilità tecnica e con la grinta tutta negra e tutta bopper che lo distingue.

Il gruppo era molto bello, e ci ha calato in un'atmosfera molto densa: a chiudere gli occhi pareva di stare in un locale di Harlem. Hubbard ha primeggiato su tutti gli altri del complesso anche se si trattava di ottimi jazzisti. Mi è piaciuto molto il batterista, che è un vero atleta negro pieno di forza e di leggerezza.

Nella terza serata sono arrivato tardi al concerto, perché mi sono trattenuto più dei necessario a bere e a chiacchierare in una piacevole comitiva.

Ho perduto perciò l'esibizione di Gaslini e di Rita Reyes.

Forse in questo ritardo ha giocato l'inconscio, perché se da un lato apprezzo tutti gli sforzi e le iniziative di Gaslini, sento che lui prende il jazz troppo sul serio e, si sa, per me il jazz non è una cosa seria. Di Rita Reyes so, per averla ascoltata altre volte, che canta canzoni americane, ma questo non basta a farne una cantante di jazz (il mio ideale è Billie Holiday, che però non ascolto più perché è un po' troppo tragica).

Sono arrivato al concerto quando suonava Marcello Rosa. Sarà che ero un pò su di giri, sarà che la musica di Marcello è proprio divertente, fatto sta che mi è piaciuto molto. E' un gruppo ben affiatato, divertente, pieno di swing, con un bel repertorio. Incredibile la presenza sulla scena del vecchio amico Alex Serra, reduce da Hong Kong, che si è alternato con disinvoltura al sax baritono, al flauto, alle conghe.

Mi ha deluso invece il quartetto di Max Roach, perché il grande Max era stanco e appannato, e la musica in genere era un po' noiosa, anche se suonata bene, specie da parte di quel bassista che è Reggie Workman.

Ogni sera ai concerti seguivano belle jam session nel salone dei mio albergo, dove siamo restati tutti in clima jazzistico (e alcoolico) fino alle cinque del mattino, e dove fra l'altro abbiamo potuto ascoltare Junior Cook (il sassofonista di Hubbard) meglio che in concerto, accompagnato dall'imprevedibile Keith Jarret alla batteria.

Il clima festivaliero è stato completato da mostre di dischi, dipinti e foto di argomento jazzistico, da proiezioni cinematografiche e in multivision, che insieme alle bellezze di Bergamo ci hanno tenuto impegnati durante il giorno. Applausi quindi agli organizzatori della V Rassegna bergamasca, e un grande appuntamento a tutti gli appassionati per la VI.


Marcello Rosa a Villa Celimontana

Un brano del Maestro Rosa eseguito dalla sua Constellation Band

Marcello Rosa e Minnie Minoprio - You Can Depend On Me

Though you say we're through
I'll always love you
You know you can depend on me

Though someone that you've met
Has made you forget
You know you can count on me

I wish you success
And loads, loads of happiness
Though I must confess
I'll be lonely
If you ever need a friend
I'm yours until the end
You know you can depend on me

SUONO STEREO HI-FI aprile-maggio 1973 - Umberto Santucci

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