Template Joomla scaricato da Joomlashow

  • PDF
  • Lunedì 03 Agosto 2009 09:00
  • Ultimo aggiornamento Lunedì 03 Agosto 2009 09:22
  • Scritto da David Guanciarossa

Indietro

L'anima del Jazz a Bologna

(Bologna - XIII Festival del Jazz [1972])

In Italia ci sono due « giri » di festivals jazzistici, uno invernale e uno estivo. In estate le sedi vanno da Pescara a Verona a Cortina d'Ampezzo a Genova, in inverno si va di Milano a Bologna a Bergamo.

Da quest'anno pare che il festival di Milano non si faccia più, e poiché il bel festival di Bergamo é encora alle prime edizioni, resta solo il festival di Bologna a poter vantare una continuità di oltre due lustri e un cartellone con nomi di altissimo livello.

A differenza di molte altre manifestazioni italiane, il festival di Bologna é stato inventato, strutturato e portato avanti da due veri professionisti dell'organizzazione jazzistica, Alberto Alberti e Cicci Foresti, che ormai da tanti anni vivono nel clou della scene jazzistica internazionale e ne conosconb di persona i musicisti e in genere tutti gli altri protagontsti; perció sanno fare. più di molti altri le scelte giuste, sia a livello internazionale sia per il jazz italiano.

Il Festival si é svolto dal 9 all'11 novembre nel Palazzo dei Sport. Ha aperto quintetto Azzolini-Volonté, con Sergio Fanni (tromba), Franco D'Andrea (piano) e Bruno Biriaco (batteria), oltre ai due leaders rispettiamente al basso e al sax tenore. Singolarmente tutti bravi questi musicisti, di indiscutibile preparazione tecnica e raffinatezza musicale, ma nell'insleme poco incisivi, con una musica alquanto noiosa e di poco contenuto.

Al gruppo italiano é seguito il quintetto di Cannonball Adderley, e si notato subito uno sbalzo di temperatura. É uscita prima la sezione ritmica, con George Duke (un formidabile pianista negro, che unisce tutto il vigore sonoro e, ritmico ad una concezione piutiosto aperta e moderna), Walter Booker al basso e Roy Mc Curdy alla batteria, perfettamente fusi in un ritmo semplice ma solidissimo e stimolante.

Dopo pezzo introduttivo della sezione ritmica, si sono presentati i due fratelli Addlerley, che ormai da tanti anni collaborano insieme alla realizzazione di uno dei complessi migliori di soul music jazzistica. Di formazione neo-boppistica, Cannonball ha subito scelto la via della grande tradizione negra, rivivendo certe forme di blues e di soul music che provenivano dal patrirnonio tradizionale delle chiese e delle piantagioni. La musica di Cannonball none però tradizionalista, ma in certo senso rimessa a nuovo alla luce di certe esperienze (non ultime quella con Miles Davis) che la tengono sempre in linea con aspetti anche molto moderni del jazz. Musica negra per negri, senza però escludere i bianchi, puntando sullo spettacolo, sull'effetto, sulla comunicabilità, ma anche sul prestigio tecnico, sulla classe stilistica, sulla perfetta rigorosità del linguaggio. Dal punto di vista sonoro é stato interessante un assolo di Nat Adderley alla cornetta, dove al suono della tromba era mischiato quell della voce, con una curiosa sonorità frullata.

Deludente é stata invece la performance della « All Star »di Jimmy Smith. Il papà dell'organo Hammond, che ha dato l'imbeccata a organisti come Brian Auger, Stevie Winwood e tanti altri, é stato sabotato dal Leslie Lombardi, che ha un suono molto violento ma anche molto distorto e di cattiva qualità. Il Lombardi va bene per i complessini poco esigenti, che puntano tutto sul volume; é invece esiziale quando l'organista é bravo, perché gli dà un suono simile a quello di organisti scadenti. Tutti i grossi nomi che facevano da cornice a Jimmy Smith (Kenny Burrel, chit., Roy HayeS, batt., James Moody e Illinois Jacquet, sax ten., Art Farmer e Clark Terry, tromba e flicorno) pur non smentendo la loro ben nota classe, non hanno dato il meglio di se.

La seconda serata era aperta da Sergio Mandini, un chitarrista bolognese che ha fornito una prestazione senza infamia e senza lode.

Seguiva il sestetto di Charlie Mingus, che é stata una delle punte di diamante del festival bolognese. Mingus é uno dei più grandi contrabbassisti, band-leader e innovatori della storia del jazz. Formatosi nei tempi d'oro del bop, si é evoluto in una sperimentazione perfettamente equilibrate fra l'impiego di nuove forme musicali e l'attenzione a certe matrici fondamentali del jazz tradizionalmente inteso. Con Mingus si sono formati molti dei musicisti che avrebbero dato luogo al free più nero e più Black Power degli ultimi anni. Ma dopo aver fatto da propulsore, Mingus é tomato indietro, ha recuperato certi valori tradizionali mischiandoli con uno spirito sempre nuovo e giovane; esperienza e freschezza sono combinate sapientemente fra loro sia nel discorso musicale, sia nell'aver inserito nel complesso musicisti giovani come Lawrence Gardner (tromba) e vecchie glorie come Cat Anderson, uno dei fedelissimi dell'orchestra di Duke Ellington. Mingus ha suonato pezzi del suo ormai celebre repertorio, e con Cat Anderson « Perdido » é un blues che hanno messo in mostra la splendida forma del trombettista ellingtoniano e la classe degli altri musicisti. Di Mingus, del suo stile, della sue sonorità inconfondibile, é superfluo parlare: basti pensare che é stato l'unico ad usare basso senza l'amplificatore da basso elettrico, che ormai usano quasi tutti, eppure tirava fuori un volume di tutto rispetto.

The New Charles Mingus Group - Perdido [1972]


Berliner Jazztage, Germany 5th of November [1972]
Charles Mingus - Bass
Joe Gardner - Trumpet
Cat Anderson - Trumpet
Hamiet Bluiett - Baritone Sax
John Foster - Piano
Roy Brooks - Drums

 

Dopo tanto jazz nero é stato il momento del jazz bianco, con Dave Brubeck (che però aveva un batterista negro, Alan Dawson), Gerry Mulligan e Paul Desmond. A parte Mulligan che mi é sempre piaciuto e che arricchisce la sua vena bonaria e quà e là venata di umorismo con una formazione culturale alquanto vicina all'ambiente underground di New York, Desmond e Brubeck non hanno mai goduto delle mie simpatie, perché Desmond e una derivazione scialba e semplificata di Konitz, Brubeck ha messo insieme gli elementi più superficiali del jazz con quelli altrettanto superficiali della tradizione classica, tirando fuori un pasticcio kitsch che naturalmente ha sempre avuto un grandissimo successo.

Finalmente nella terza sera abbiamo avuto un jazz italiano di alto livello. Manusardi, che in precedenti occasioni non mi aveva convinto troppo, finalmente ha trovato la combinazione giusta con Azzolini al basso, Claudio Fasoli al sax alto e soprano, Tullio D'Episcopo alla batteria. Specialmente D'Episcopo conferisce alla musica del gruppo una grinta e un'atmosfera tutte particolari, anche se per i miei gusti personali non ha ancora trovato il giusto contrasto fra le sonorità cupe e quelle chiare; comunque é molto giovane, ed ha tutti i numeri per divantare il batterista che l'Italia non ha ancora avuto.

Naturalmente sono così schizzinoso perché dopo c'erano due autentici mostri, della batteria, vale a dire Art Blakey ed Elvin Jones. Il primo era uno dei « Jazz Giants » (mai nome di complesso é stato meno pubblicitario, in quanto sono tutti veri giganti della storia del jazz). Se uno mi dicesse: indicami una formazione ideale, la farei proprio così. Dizzy Gillespie alla tromba, Sonny Stitt al sax tenore e alto, Kai Winding al trombone (io veramente ci avrei messo J. J. Johnson, comunque non é che Winding ci sfiguri), Thelonious Monk al piano, Al McKibbon al basso (io ci avrei messo Oscar Pettiford, ma purtroppo e morto) e Art Blakey alla batteria. Anche questi musicisti che sono stati fra i più grandi innovatori, stilisti e tecnici della storia del jazz, hanno riguardato alle tradizioni tipiche della loro musica (« American black music » come ha detto Gillespie), specialmente in un commosso omaggio che Gillespie ha dedicato a Fats Waller suonando « Jitterburg Waltz ». Gillespie ha poi fatto omaggio a Chano Pozo, alternandosi fra tromba e conga. Sonny Smitt ha preso stupendi assoli al tenore, Monk ha suonato un « Round About Midnight » da brividi, Blakey ha evocato dalle pelli dei tamburi tutta l'anima nera dei suoi antenati (fra l'altro Blakey e Monk sono talmente neri che per fotografarli col tele bisogna dare almeno un diaframma in più, altrimenti vengono solo due occhi spalancati nella notte).

Thelonious Monk - Round About Midnight


Thelonious Monk - Round About Midnight. Sin palabras, Genio total y absoluto. Ripeado por mi de la cadena ARTE.

Elvin Jones é partito al suo solito con un fuoco pirotecnico, come se fossero due batterie insieme. Ha un bassista molto giovane ma già solidissimo (Gene Perla) e due sassofonisti, Dave Liebmann che mi é motto piaciuto, Steve Grossmann (ex-Davis) che invece ho trovato piuttosto inconcludente. La musica di Jones é molto moderna, ancora alquanto vicina ai momenti d'oro di Coltrane (e non potrebbe essere altrimenti, dal momento che Jones é stato il suo batterista) ma sempre vicina a certe caratteristiche tipiche del jazz tradizionalmente inteso.

Un festival quindi dove i negri hanno preso il sopravvento, si sono sbarazzati di molti intellettuatismi e hanno tirato fuori di prepotenza i loro blues, le loro work-songs, la loro anima (soul). Il pubblico ha reagito con vero entusiasmo, é stato presente su una media di 5.000 persone ogni sera, si é decisamente rinnovato. E questo mi fa molto piacere, perché c'era stato un momento in cui ai concerti di jazz ci conoscevamo tutti; ora invece ci sperdiamo sempre più in un mare di giovani attenti, vivaci, entusiasti.

 

SUONO STEREO HI-FI gennaio 1973 - Umberto Santucc

Inizio pagina | Indietro