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  • Giovedì 30 Luglio 2009 09:59
  • Ultimo aggiornamento Giovedì 30 Luglio 2009 11:21
  • Scritto da David Guanciarossa

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Bob Marley

[Robert Nesta "Bob" Marley (Nine Mile, 6 febbraio 1945 – Miami, 11 maggio 1981)]

RASTAFARI REVOLUTION

Bob Marley negli ultimi anni si é conquistato un posto di estrema rilevanza nell'affollato mondo del rock, e per certi motivi é considerato da molti una delle più grandi star di un mondo in cui talento e mode si mischiano sempre più pericolosamente ogni giorno. Boob Marley, però, é stato raramente visto e considerato per quello che é. Molti hanno parlato dei suoi capelli intrecciati in lunghi dreadlocks (capelli ricci raggruppati in trecce naturali che nel tempo diventano indivisibili), molti hanno sorriso (di sarcasmo o di complicità) con i lunghi joint di ganjia che si porta alle labbra, tutti hanno visto in lui un personaggio nuovo e diverso da mitizzare per vendere.

No. Bob Marley é qualcos'altro, é qualcosa di nuovo e di diverso per questo mondo di plastica nera. Bob Marley é reggae, e reggae é la musica del battito del cuore, é musica di vita. Profondamente, spontaneamente, continuamente Bob Marley non é diverso é nuovo perché il produttore gli ha creato la formula giusta, e lui la sfrutta finché funzionerà, per poi cercarne un altra. «Me no cheaange!» — «io non cambio!» mi ha risposto rabbioso battendosi il pugno sul cuore, in un incontro fra un ragazzo venuto da Roma a capire chi era veramente, e un fiero e illuminato seguace di una fede di cui in Italia non si é mai sentito parlare, ma che in Jamaica, Caraibi, e anche nella stessa Europa, sta allargando sempre di più il suo messaggio.

Bob Marley é un rastaman, il portavoce di una fede incrollabile — e da rispettare, pur se di difficile accettazione per noi occidentali bianchi — che vede in Rastafari (Hailé Selassié, ultimo Imperatore d'Etiopia) l'incoronazione di Jah, la manifestazione terrena di Dio. Nel corso del nostro incontro, questa fede verrà chiamata dogmaticamente realtà, e Marley non ne discuterà se non indirettamente attraverso altri topici: fin troppo chiaro comprendere, però, che questa é la sua unica dimensione, a cui ricondurre tutte le sue azioni. Marley é sulla scena —jamaicana prima, mondiale recentemente — da molti anni, ma dal momento della sua misteriosa conversione alla fede rasta circa dieci anni fa, il suo messaggio non é mai cambiato.


Una presa di coscienza, uno scuotersi interno, una denuncia delle condizioni jamaicane nascoste ai turisti coi pantaloni a fiori. Marley ha assorbito le radici della musica della sua isola, e ha ridato al popolo l'energia della sua persona attraverso dei testi semplici e dietti: a volte così semplici da sembrare troppo poco intellettuali per avere una statura e un credito così vasti. Ma queste frasi non sono intellettuali, e non lo saranno mai, perché i jamacani che suonano il reggae — Bob Marley in testa — provengono dalle parti meno ricche, fino ai ghetti e alle bidoiwille create dai bianchi. E in mezzo alle capanne, con i proiettili che fischiano e la miseria che ti tende la mano non s'impara la filosofia. Si impara a sopravvivere. E a urlare più forte che puoi, se ne hai la forza e la capacità.

Marley ha,avuto la lucidità di scuotere se stesso in primo luogo, e molti altri dopo — attraverso l'espressione più alta di qesta musica nella quale l'immediatezza del ritmo si fonde con parole di riscossa, e di fede. Le parole di Marley vengono da una persona ispirata che si pone al servizio della sua gente. Vengono dall'umiltà di chi crede in un destino diverso e migliore. Vengono da chi vede ingiustizie e ideali, e ha scelto di fare qualcosa perché le prime vengano denunciate e cancellate, e i secondi guidino nella direzione piu giusta. Da molti — io stesso all'inizio — a Marley é stata data una statura politica che lui non accetta, e forse questo può meravigliare, dopo aver letto i suoi testi. Ma é giusto sapere che la sua spinta é religiosa e non politica, anche se le rose contro cui puntare il dito sono le stesse, e le parole sono ugualmente dure.

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Londra - il concerto "Positive vibrations, Yeah!"

 

Le canzoni di Marley possono essere seguite, interpretate, possono essere un momento liberatorio e sublimante per la gente che vede in lontananza i suoi ideali e che con lui divide il cammino. Oppure si può essere sommersi dalle continue ondate di ritrno che i neri altoparlanti gettano senza sosta verso una folla che sempre più totalmente si trova ad esserne scossa ed elettrizzata. Oppure lo spettacolo può essere questo lucido animale che sul palco mima e vive un continuo roteare di sentimenti e di passioni. Canzoni che sono ritratti di vita da rivivere con intensità. Un campo magnetico dal quale é sempre più difficile staccare lo sguardo, intento a leggere in ogni canzone il film della sua interpretazione.

Ma comunque la si voglia assorbire, la sua musica e la sua presenza coinvolgono — a tratti come con la dolcezza e le lacrime di una donna, a volte con la selvaggia adrenalina di una corsa senza più fiato — in uno stato di eccitazione che non lascia mai la presa. Un dito puntato che indirizza gli sguardi, o una mano che stringe idealmente un altro corpo per parlargli: sempre, l'energia mentale e fisica che si libera da questo discepolo nero — il fisico non alto né possente, ma un fascio di muscoli e di nervi gonfi di istinto, le lunghissime mani che gridano il refluire marrellante di musica sulla chitarra ritmica, o che si aggrappano disperatamente al microfono, la bocca contorta in una smorfia di intensità e gli occhi quasi sempre serrati che fissano la luce che li colpisce, entrambi ircorniciati da questa criniera, una cascata di lunghissimi dreadlocks che vengono scossi e scagliati nell'aria.


Le vibrazioni positive che riempiono l'aria in maniera concreta provengono prima che da un musicista da un uomo che parla e canta del suo unico sentimento, della propria predestinazione. Uno spirito in cerca di libertà che si identifica totalmente nella propia arte e che la vive con tutto il trasporto di cui riesce a rendersi capace. Sul palco c'è qualcosa di alto, é impossibile non accorgersene, circondati da una platea ondeggiante di volti fissi su un comune punto, al centro, là dove si incrociano i fasci di luce.

TRENCHTOWNROCK apre il concerto, fa saltare in piedi tutta la platea, ci vuole un bel pò prima che venga a tutti la voglia di risedersi. Il brano é quello con cui da anni i Wailers aprono il loro concerto; scritto nel '70 da Marley é stato il primo sigolo della loro etichetta Tuff Gong, attraverso cui ancora oggi (per la sola Jamaica) vengono distribuiti i loro dischi. In quel periodo Marley era veramente sconvolto dal fatto che — dal suo debutto in vetta alle classifiche con Simmer Down nel 64 — aveva avuto una lunga serie di singoli di successo nell'isola, e non aveva mai visto più di pochi dollari in tutto. Un suo prima tentativo era gia naufragato per la sua giustificabile poca dimestichezza con i conti e i bilanci e di questa idea, la Wailin Soul non lo aveva sollevato affatto dal ladrocinio dei produttori schiavisti che in gran parte dettano la legge musicale dell'isola.

Nel '70 i tempi erano maturi, ed e allora la formazione del primo leggendario quintetto, con Peter McIntosh (ora Pete Tosh) e Bunny Livingstone (poi Bunny Wailer, anche lui ora solista) e i due nuovi arrivati, i fratelli basso/ batteria Barrett. L'anno dopo il contratto internazionale con la Island apriva loro Il secondo periodo, quello possibile a seguirsi, esclusivo e più valido artisticamente. Il sodalizio con Tosh e B. Livingstone durerà solo due album, e da quel momento in poi Marley rimarrà l'unico vero e proprio solista della formazione.

I sei dischi del Wailers sono una sequenza di prese di posizione e di denunce, vissute sempre nei panni del ribelle, e solo poche prendono vita nell'ora e mezzo di concerto. Ma il loro filo merita di essere seguito, per lasciar comprendere la direzione dell'artista. Un sipario di palme e linee telegrafiche che costeggiano la strada scende per visualizzare REBEL MUSIC, contro il sistema che considera l'erba illegale al pari di altri crimini violenti:

« Io, musica ribelle
Io, musica ribelle
Perché non possiamo percorrere questa aperta campagna
Oh, perché non possiamo essere quello che vogliamo
Vogliamo essere liberi....
»

... con una mano si copre il volto, la destra forma un «tre» puntato verso la gente:

«... tre del mattino — blocco stradale, coprifuoco
E devo gettare via il mio piccolo pane d'erba...
»

Il lungo assolo di chiatarra invita alla danza, e Marley — come in un film rallentato per coglierne i particolari — danza, a volte freneticamente, a volte più lentamente, i lunghi dreadlocks che volteggiano e sembrano staccarsi verso una direzione propria.

 

Subito dopo, BURNIN' AND LOOTIN':

«Questa mattina mi sono alzato in un coprifuoco
oh Dio, anch'io ero un prigioniero
Non potevo riconoscere le facce in piedi sopra di me
Erano tutte vestite in uniformi di brutalità.
Quanti fiumi dovremo attraversare
prima di riuscire a parlare con il padrone
tutto quello che abbiamo sembra perso
dobbiamo aver veramente pagato il prezzo.
Ecco perché usciremo a bruciare e saccheggaire stanotte,
a brucia e tutto il marcio, stanotte
a bruciare tutte le illusioni, stanotte....
»

Durante un altro lungo assolo si avvicina —sempre battendo sulla sua ritmica — alle I-Threes, e la loro danza, già perfettamente sincronizzata ma ancora individuale, si accende di ipirazione, e si fonde in una unicità di movimenti assoluta. Marley corre fino all'altro lato del palco, e si ferma: la prospettiva dal mio posto lo inchioda sotto una delle altissime colonne con i leoni della tribù di Giuda, e la colonna per un attimo lunghissimo sembra nascere da lui stesso.


THEM BELLY FULL, la fusione della disperazione comune, la catarsi nella musica:

«Loro a pancia piena, ma noi affamati
Una massa affamata e una massa arrabbiata
La pioggia cade, ma lo sporco rimane
Una pentola cuoce ma il cibo non basta...
Danzeremo alla musica di Jah.
Dimentica i tuoi guai e danza,
Dimentica le tue gene e danza,
Dimentica le tue malattie e danza,
Dimentica la tua debolezza e danza.
»

Tre fasci di luce si alternano: azzurre, rosse e verdi prima, i tre colori etiopici dopo. Il rosso/giallo/verde é un preludio alla successiva HEATHEN: Junior Marvin armato della propria Fender si getta con scimmiesca scioltezza verso il bordo del palco, e — mentre la bandiera viene calata sul fondale — incita la folla a un battimani il cui eco riempie la sala:

 

«Alzatevi, canbattenti caduti
alzatevi, e riprendete le posizioni,
perché colui che combattera e fuggira via
sopravvivera per combattere un giorno ancora...
... Come un uomo piangerà
so che le parole non valgono nulla
Ma più dura la battaglia, più dolce sarà la vittoria...
.. I traditori là, con le spalle al muro!
»

Marvin si getta in ginocchio a scolpire la ritmica con delle pennate che sannio di tuono, Bob come a incitarli si sposta da un musicista all'altro, iniziando una danza. Salta avanti e indietro, a ritmo, prima su un piede e poi di rimbalzo su quell'altro — la danza si fa sempre più vorticosa e folle, prima di tornare a cantare l'ultima strofa. «Heathen» finisce, le luci cadono e un secondo dopo lo riinquadrano, occhi chiusi e dito puntato verso l'alto.

La sua voce tuona net teatro: «Jah vive!», «Jah vive!», e una frazione di secondo dopo la sezione ritmica entra come una muraglia di suono che si abbatte sulla platea. É l'inizio del classico la cui versione di Clapton quattro anni fa lo ha fatto conoscere al mondo, e che al confronto é una innocente festicciola da ballo liceale. Marley comincia impettito, seguendo da fermo la musica, solo la mano destra che batte il tempo sulla ritmica, ma subito la abbandona per una posizione a croce, testa bassa e pugni che si serrano:

«Ho sparato allo sceriffo
ma non al vice, oh no...!
Lo sceriffo John Brown mi ha sempre odiato per cosa, non so.
Ogni volta che io piantavo un seme
lui diceva uccidilo prima che cresca..
»

Scuote il dito eternamente puntato in fuori, come a dire no! a chi gli vuol tagliare la sua sacra pianta d'erba, e quando deve ricordare la scena le mani non possono che coprirgli il votto, mimando la sua disperazione:

«... ho sparato alto sceriffo,
ma giuro che era per legittima difesa.
Ho sparato alto sceriffo.
e loro dicono che é un delitto capitale....
»

É il momento magico del concerto: alla fine del pezzo Bob scompare nel buio, per ritornare danzando dal fondo palco. É una danza di gioia, che mentre le prime note di WAR scolpiscono l'aria viene inchiodata: Marley si ferma come colpito, si aggrappa al microfo.no, si irrigidisce ancora in una posizione croce, immobile come una statua per Cantare/recitare/scandire il discorso di Haile Selassie:

«Finché la filosofia che considera una razza superiore, e un'altra inferiore, non sarà finalmente e permanentemente discreditata ed abbandonata...
Finché nen vi saranno più cittadini di prima e di seconda classe di nessuna nazionalità...
Finché il colore della pelle di un uomo non avrà maggior significato del colore del suoi occhi...
Finché i diritti umani di base non saranno ugualmente garantiti a tutti, senza discriminazioni di razza...
Fino a quel giorno, sogno di una pace duratura, la cittadinanza del mondo e regola della moralità internazionale rimarranno in null'altro se non in una fluttuante illusio ne da inseguire, ma che non sarà mai conquistata.
»

Ad ogni «war» — una nota altissima che I-Threes lanciano all'unisono in una frazione di secondo — cambia una luce, e improvvisamente la melodia si blocca: «We don't need!....» urla Marley, cadendo dalla posizione eretta per rimanere aggrappato al microfono con una mano, mentre la destra puntata é verso l'alto. Ma non é ancora il momento, «War» deve ancora terminare...

«E finché l'ignobile e infelice regime che ora impugna i nostri fratelli in Angola, nel Mozambico, nel Sud Africa, in un legame sub-umano non sarà rovesciato e totalmente distrutto. fino a quel giorno il continente africano non conoscerà pace: noi Africani lotteremo, se necessario, e sappiamo che vinceremo, cosi come siamo confidenti nella vittoria del bene sul male, del ben sul male..»

Durante tutta la parte finale Marley é rimasto immobile, piegato sul fianco: il momento del medley con NO MORE TROUBLE é giunto.

Il braccio teso si sposta lentamente dall'alto verso l'avanti, gli occhi lentamente si aprono

«Non abbiamo bisogno di altri guai
Tutto ció di cui abbiamo bisogno é dolce amore!...
»

La semplicità delle sue liriche é straordinariamente carica di tensione, si crea un momento davvero emotivo. É un attimo destinato ad essere ripreso, ma per ora la musica continua più spezzata in CRAZY BALDHEAD:

«... io costruisco le capanne,
io pianto il grano.
Non era così anche per la mia gente prima di me
schiavi di questa nazione.
Ora mi guardate con disprezzo
e mangiate tutto il mio grano...
noi costruiamo le vostre scuole
Educazione da lavaggio del cervello
per fare di not gli inutili.
Odio e rabbia é la vostra ricompensa per nostro amore,
mentre ci raccontate del vostro Dio là in alto..
Rincorreremo quelle pazze teste pelate
Le rincorreremo e le cacceremo dalla città...
»

E poi si apre nella lunghissima e avvolgente NO WOMAN NO CRY. É il classico, quattro mila persone ne cantano insieme il ritornello:

«No donna, non piangere
piccolo tesoro. non versare nessuna lacrima....
»

 


Bob Marley - No Woman No Cry (version rare)

Marley si copre il volto passandosi la mano fra gli innumerevoli dreadlocks, mima le lacrime che scendono sul volto, ma poi corre a gettare le braccia intorno alle regali figure femminili delle I-Threes, e insieme cantano:

«I miei piedi sono il mio unico mezzo,
così mi devo spingere avanti.
Ma mentre sarà via,
tutto andrà bene, oh, everything's gonna be alright...
»

In questo catino di emozione, con questa valanga di suono che scende dal palco per attsaversare ogni spettatore, spesso ci si dimentica della tecnica strepitosa di tutti i Wailers. Ma é proprio questo il pensiero che mi colpisce, mentre vedo questa naturale confidenza con cui i musicisti sembrano suonare per gli altri quanto per se stessi — ore di propulsione incessante senza mai l'attimo per ripensare a quello che é già successo tentando di memorizzarlo.

LIVELY UP YOURSELF (ce n'è ancora bisogno?!) chiude nel fuoco uno show impressionante:

«...datevi un pò d'entusiasmo, non siate una palla,
datevi un pò d'entusiasmo, perché reggae é un'altra faccenda....
»

Quando le luci cadono e il palco si svuota, nessuno rimane incollato allo schienale: la richiesta di bis é qualcosa fuori del normale é un boato assordante di fischi e urla. E nessuno davvero si siede più, quando «rastaman» torna! L'esperienza diventa veramente collettiva: può non diventarlo, essere circondati da quattro mila spettatori che ondeggiano battendo le mani con un sincronismo e una dedizione a metà fra la gioia e il rito? Nella distesa di volti trasformati dal potere irresistibile del reggae. due profili familiari danzano nella fila davanti alla mia, come tutti gli altri. Steve Winwood e Jim Capaldi sono fans già da molti anni, ormai.

Bob Marley - Jammin' From what I can tell this recording is fairly rare. I have many more so let me know if you like this (Rare Acoustic).
 
E la danza sembra non finire mai, perché il bis é lunghissimo: un medley della nuova JAMMIN' — musica ribollente per costruire degno climax alla serata — che scivola in un classico di qualche anno fa, ma che spicca come un inno senza tempo nella produzione del principe del reggae. GET UP, STAND UP:

 

«... La maggior parte della gente pensa
che il bene verrà dal cielo
porterà via tutto e renderà tutti felici.
Ma se tu sai il valore della vita
cercherai la tua su questa terra
e ora che avete visto la luce
alzatevi in nome del vostri diritti...
...Siamo stufi del vostro gioco accomodante e ruffiano
di morire e andare in cielo net nome di Gesù
noi sappiamo che Dio onnipotente e un uomo vivente
Potete fregare qualcuno qualche volta,
ma non potete fregare tutti, tutte le volte.
E ora che abbiamo visto la luce,
ci alzeremo in nome del nostri diritti...
Alzatevi, tiratevi sù
prendete posizione, non mollate la lotta!...
»

Il ritmo, costellato di pugni alzati e accompagnato dal canto comune, si ferma di colpo: finito? Uhmm, proprio no. Un urlo altissimo «Set the captives free, liberate i prigionieri», e una frazione di secondo più tardi il basso di Familyman parte con un ritmo forsennato, una locomotive che noon si fermerà per altri dieci minuti. É il rush finale, é l'EXODUS!

«... Aprite gli occhi e guardatevi dentro
Siete soddisfatti della vita che vivete?
Noi sappiamo dove stiamo andando,
Sappiamo da dove veniamo.
Stiamo lasciando Babilonia
per la terra del nostri padri...
Exodus, movement of Jah people,
Esodoo, movimento della gente di Jah!
»

La versione e molto più cruda e tirata del disco: non più fiati a renderla un arrangiamento rythm'n'blues, ma un ritmo lineare, lanciato in discesa senza freni, nessuna sovraincisione a renderla affascinante seppur costruita. É quasi un rock'n'roll, i volti sul palco e in platea sono tesi ed estasiati. L'ultima immagine che fisso nella mia memoria é di Marley che — aggrappato all'asta del microfono come all'ultimo vagone di un treno — per minuti dopo minuti mima una corsa senza fine. E lo sembra davvero.

Dopo un concerto di Bob Marley, non é facile sentirsi gli stessi di prima. L'emozione ancora dipinta negli occhi di quelli che lentamente sfollano racconta tutta la storia di come un piccolo grande uomo ha lasciato una traccia, nel loro spirito.

Tratto dal supplemento  al n.10 di Popster - Carlo Massarini

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