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  • Martedì 30 Giugno 2009 10:20
  • Scritto da David Guanciarossa

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Elvis Presley - Una storia americana

 

«Il ragazzo è un riuscito esempio di kitsch, un'invenzione di valore. Ha degli atteggiamenti da teppista, ma si esprime come un gentleman; sulla scena è un discolo, ma nella vita è un santo; per i suoi fans egli rappresenta la rivolta contro gli adulti, tuttavia egli ama senza vergogna la sua famiglia - la contraddizione è sottile.
É sempre indefinibile - le sue origini sono umili, ma egli lavora con un istinto geniale per contraddire tutti gli eccessi della sua educazione: è un ragazzo gentile diventato scimmia» (W.A. Harbison)

Capelli raccolti sulla testa in un classico ciuffo da Rocker, non bellissimo, belloccio piuttosto; gli occhi grandi nel viso ovale e pieno, le sue labbra carnose e quello sguardo che fissava un punto lontano mille miglia dal palcoscenico in un'estasi tra il romantico e il nostalgico: lo sguardo che ha conquistato l'America intera e mezzo mondo. Elvis è stato qualcosa, molto di più di un semplice mito del rock'n'roll egli è stato il trovatello che la grande America dell'opulenza ha raccolto su una strada polverosa di Tupelo e ha educato col prezzo delle sue contraddizioni verso una celebrità che una volta tanto ha varcato le soglie di ogni casa: dei genitori che speravano in quegli occhi la riconoscenza del figlio ideale, dei figli che spendevano sulle note veloci del rock'n'roll i loro sogni migliori — di liberazione, e non solo.

La realtà del rock'n'roll affonda le proprie radici nel movimentato contesto della vita americana, della sua economia e della sua eterna figura di zio Sam che può comprare ogni cosa. In effetti rock'n'roll avrebbe potuto essere una grossa forza eversiva in seno all'organismo sociale. Il messaggio insito nella sua musicalità possiede una immediatezza e una potenza espressiva che si trasmette senza problemi, come energia elettrica, dall'esecutore al pubblico, secondo una tradizione che sicuramente fa riferimento, anzi si ispira, al contatto che la musica stabiliva tra le anime dei negri — per i negri d'america il contatto fu il blues.

Il rock'n'roll è potenza naturale e istintiva, selvaggio prorompere di malessere o di gioia e dunque mezzo più adatto a conquistare un pubblico di insoddisfatti, di gente che a qualsiasi livello ha bisogno di scaricarsi con un ritmo altrettanto violento di quello con cui si accumulavano nevrosi e solitudine.

Tuttavia rapporto artista-pubblico si è codificato fin dall'inizio secondo un rigido schema di passività che ha imprigionato il pubblico in favore di una sempre crescente mitizzazione dell'esecutore che è solo servita ad accrescere la frustrazione di chi ascolta. Il mito è diventato in un baleno modello inimitabile, perfezione irraggiungibile, privilegio destinato a pochi fortunati. L'America i fortunati li ha scelti e li ha vestiti con la sua bandiera. Elvis non è sfuggito alla regola, perchè egli è stato il più yankee nella folta e scintillante selva dei rockers. Egli ha rappresentato quel tanto di selvaggio e rivoluzionario che non offende: il confine tra l'oltraggio e la tollerabilità «... si, questo gentile ragazzo con la sua innocenza sta corrompendo i nostri ragazzi, li sta incoraggiando alla delinquenza, sta facendo delle nostre figlie delle puttane, sta trasformando la gioventù in una schiera di selvaggi e di bruti che ci sputano in faccia. un peccato; una vergogna! É indecente ed è del tutto antiamericano». Ma è una valida liberazione di tutte le tensioni che assillano gli adolescenti, che distrarrà da crimini ben più gravi. Elvis prende posto a fianco di James Dean e di Marlon Brando.

É un violento, bisbetico e sessuale, ma sopra ogni cosa è sensibile, soffre, è un ragazzo solo..... Questa la pallida giustificazione con cui i mass media all'alba del 1957 assolvevano i peccati di Elvis di fronte alla nazione: oggi a distanza di anni molti meccanismi sono scoperti e la frase suonerebbe più sinceramente cosi: «signori questo ragazzo ha degli atteggiamenti da teppista, ma d'altra parte canta delle canzoni d'amore permettendo ai nostri figli di scatenarsi e di trovare una ragione; oltretutto, signori, questo cantante ha tutte le carte in regola per diventare, e lo sta dimostrando, uno dei migliori investimenti della nostra nazione. Cerchiamo dunque di essere tolleranti se i nostri figli diventeranno più aggressivi e meno rispettosi».

Sul palcoscenico Elvis era una bomba, rivestiva testo e musica con la forza nuova e trascinante della sua gestualità, con la provocazione del suo abbigliamento e della sua mimica. Era capace di inginocchiarsi, di allargare le braccia come un Cristo, di buttarsi per terra con la chitarra, di guardare fisso quel punto lontano mentre cantava «Hearthbreak Hotel»: «Da quando la mia piccola mi ha lasciato/ ho trovato un nuovo posto dove abitare/ é in fondo a via della Solitudine, / nell'Hotel del cuore infranto...» poi con voce dolcissima, quasi piangendo: «...Io sono così solo, baby sono cosi solo/ e io sono cosi solo/ che potrei morirne...», infine indicando il pubblico con uno sguardo di tenerezza e di comprensione «se la tua ragazza se ne va/ e tu vuoi raccontare la tua storia non hai che da scendere in via della solitudine/ giù fino all'Hòtel dei cuori infranti...» Sotto il palcoscenico la folla delirava e l'atmosfera era elettrica per l'amore che insoddisfatto che le ragazze scaricavano nelle urla, per l'entusiasmo con cui i ragazzi guardavano un sogno vero la star di cui nella vita erano la controfigura.

...Ovviamente all'ingresso con l'orecchio teso verso l'isterismo della folla, il suo nuovo manager, il colonello Parker, grasso e insignificante, vendeva berretti, foto, dischi e altri souvenirs di Elvis — perchè non si trattava solo di uno spettacolo di varietà, ma anche di un carnevale e lo sarebbe sempre stato (W.A. Harbinson).

Nelle mani di Parker Elvis ha già venduto all'America la sua semplicità, la sua ingenuità, la sua spontaneità. Ma gli rimane l'entusiasmo e la buona fede e tutto sommato la totale incapacità di autocritica. I suoi shows rimangono per anni i più eccitanti in fatto di Rock'n'roll, come la sua vita privata incomincia a diventare un pubblico esempio di coerenza morale e patriottica. Il colonnello Parker nel 1958 non gli risparmia neppure il servizio militare (il dovere prima di tutto!): Elvis accetta di buon grado la divisa, dice di divertirsi, persino. Al ritorno asserisce: «I miei due anni sotto le armi mi hanno fatto riflettere. La naia é una grande madre di virtù». A chi invece gli domanda perchè non si sposa risponde: «Perchè comprare una vacca quando si può avere il latte passando sotto lo steccato?». Oggi queste affermazioni sembrano a dir poco reazionarie, ma in un fenomeno di crescente isterismo di massa tutto ciò serve soltanto a fortificare il mito. Il personaggio se da un lato tende a scandalizzare con dichiarazioni e atteggiamenti provocanti, dall'altra cerca la complicità di un pubblico più maturo con un comportamento da cittadino modello.



(Alle sue spalle) già alla fine degli anni cinquanta si erano abbarbicati saldamente interessi troppo grandi perché il personaggio non subisse manipolazioni di sorta. L'America ha comprato. Elvis nella stessa maniera in cui ha fatto dell'anticonformismo dei blue jeans un'industria, nello stesso modo in cui ha insegnato che una famiglia non può vivere senza frigidaire, senza televisore e senza due automobili. Il personaggio Elvis è diventato l'immagine della sua ricchezza, con le sue Cadillac colorate, le sue ville, le sue donne, i suoi films.

Elvis ha contribuito a diffondere il rock'n'roll come mezzo produttivo, neutralizzandone ogni contenuto eversivo. La storia dei giovani americani entrava fin da allora nel giro vizioso delle illusioni a catena.

Quando Elvis tornò dal servizio militare nel 1960 il suo volto e le sue intenzioni erano già profondamente cambiate. L'uomo che aveva dato inizio in qualche modo alla rivoluzione giovanile con la sua sensualità, con le provocanti roteazioni del pube e la sua figura angelodemoniaca cercava già un compromesso con se stesso e con il pubblico affogando il rock'n'roll primitivo in una musica selezionata dal repertorio di Jerry Leiber, Mike Stoller, Stan Kesler, Otis Clacwell e Al Jolson. «G.I. Blues», il film girato nel 1960, è la sublimazione dei suoi ricordi di naia e inizia la triste tradizione delle pellicole a carattere «familiare» dalle quali Elvis non si staccherà più.

La vita e la musica marciano ormai su binari diversi: la vera vita è mistificata dalle dichiarazioni che per convenienza vengono date in pasto alla TV e ai rotocalchi. Un'assurda impostazione manageriale impedisce all'artista, che pure ne avrebbe le possibilità, di allinearsi con le nuove tendenze, Parker, e lo show businness che egli rappresenta degnamente, ha ridotto Elvis ad una tradizione carnevalesca per nostalgici, romantici e yankees cretinotti. Le pellicole girate dopo il 1960 sono brutte e idiote da far spavento, ma sono lo specchio fedele delle conseguenze della manipolazione e dell'assorbimento di un immenso apparato produttivo. Altri dopo di lui pagheranno molto cara un minimo di coerenza tra la vita e rock'n'roll, giocando a carte scoperte: Janis — Jimi - Jim - Brian sono gli esempi più eclatanti di personaggi che pure a lui devono qualcosa.

A lungo andare anche Elvis rimasto schiavo delle dichiarazioni che Parker cuciva per lui, degli abiti che Parker gli diceva di indossare, di quei gesti che doveva continuare a fare ogni sera e ogni sera senza che nessuno ormai storcesse più il naso. Elvis ha pagato tutto questo con la sua sicurezza di uomo. Nell'ultimo periodo si era rinchiuso nella sua villa di Graceland, tormentato da strane ossessioni, ingrassando a vista d'occhio sotto l'effetto di tranquillanti di ogni genere.

Chissà come lo avrebbe giudicato il pubblico di dieci anni prima se avesse saputo che il suo idolo faceva uso di morfina e di cocaina, il guaio di Elvis è stato proprio quello di non aver potuto vivere pubblicamente le proprie contraddizioni sacrificandole al mito che lo ha condotto verso uno stereotipo falso mistificante.

Il giorno della sua morte l'America ha pianto davanti al cancello dorato di Menphis un'occasione perduta venti anni fa, il ricordo di un sogno in cui la liberazione sembrava imminente: i quarantenni hanno ricordato quell'alito di libertà troppo lontano, i teenagers hanno constatato la propria impotenza alla ricerca di una nuova ragione. Elvis Presley si era incamminato sognando di diventare un nuovo Dean Martin, egli è stato qualcosa, molto di più.

POPSTER anno 2 1977 - Peppe Videtti

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