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  • Martedì 30 Giugno 2009 10:18
  • Scritto da David Guanciarossa

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Elvis Presley - Polvere di stelle


Da quando Elvis Aron Presley si presentò nei modesti studi di Sam Phillips ad oggi sono passati 24 anni. Il timido ragazzotto del Mississipi idolatrato ed acclamato in tutto questo tempo da milioni di fans, lascia la sua luccichevole ed opulenta vita in pasto ai lupi del businnes. Proprio quando il filone della sua seconda vita di musicista-mito, sorto sulla scia del revival, stava per esaurirsi, ecco che da quel grasso baraccone da fiera vengono tratte nuove pepite di successo. La natura uccide un sopravvissuto, un uomo del passato e involontariamente mette in atto, sotto la spinta di affaristi di ogni risma, la macchina della reviviscenza, del deja-vu, del ritornare alla mente carezzevole ed edificante. Oggi, migliaia di persone lo piangono. Sono giunte numerose ai suoi funerali, stipate in treni ed in pullman organizzati, in macchine, in aerei: gente di ogni tipo, di ogni classe sociale, di ogni età a versare il loro tributo a colui che per anni aveva somministrato loro dolci ed irripetibili dosi di musica accattivante. «Mi aveva donato ore di ineguagliabile felicità» ripeteva una donna di colore a chi le stava attorno; «è un gran peccato che sia morto cosi giovane e ricco, avevo visto tutti i suoi film!», lamentava una anziana casalinga durante le celebrazioni. Tutti si sentivano grati verso quella persona dispensatrice di tanti attimi di serenità; tutti accorsi a consegnare l'ultimo omaggio al King del rock'n'roll in un funerale imponente quanto grottesco. Le onorificenze sono state una vera e propria fiera del cattivo gusto, con tutto quell'accecante sfarzo di leggero sapore hollywoodiano e con il kitsch ed volgare ad intessere trame di tragedia farsesca in quel fatiscente clima carnevalesco alla Nashville. Nelle strade di Menphis si sono, a distanza di molti anni, riudite quelle grida isteriche che avevano fatto da cornice a tutte le esibizioni dal vivo di Elvis Presley, ma soprattutto si sono viste decine e decine di giovani scavalcare i moniti più elaborati e complessi della generazione dei Dylan per tornare, loro, epigoni, alle origini della rivoluzione di costume messa in atto nei lontani anni '50 dallo stesso Presley. Con la sua morte una intera generazione e divenuta storia del passato, ha definitivamente interrotto qualsiasi, seppur breve, esperienza rigeneratrice: riposa, non più «ribelle» tra le carni del suo Maestro.

NASCITA DI UN MITO

Il 5 luglio del '54 Scotty Moore e Bill Black, musicisti della «Sun records» di Sam Phillips, dopo aver lavorato per alcune settimane con un giovane singer di nome Elvis Presley, ascoltarono la registrazione. Faticosamente avevano cercato di forgiare il suo grezzo talento in una forma commercialmente più accettabile, basandosi soprattutto su ballate country elementari. L'idea di Phillips stava per avverarsi, la formula da lui tanto tempo ricercata di fondere in un musicista bianco la sensibilità ed il cantare proprio dei negri stava per dare i suoi primi frutti. Il personaggio Presley nasce qui, tra le insicurezze dell'esordio e le esigenze di mercato; colpo di dadi sul tappeto del business. Così Elvis «educatamente» crebbe nel mondo del «Rhithm'n Blues» e del «Country and Western», dai quali seppe ricavare intelligentemente una sintesi personalissima e straordinaria di elementi neri e bianchi. Questa fusione a volte dissonante a volte fluida, ma sempre complessa ed originalissima, valse ad arrecare uno scossone di novità e di marcata definizione ad un panorama musicale incerto e traballante. Phillips aveva giustamente capito che per catalizzare l'interesse e gli umori dei giovani di quella seconda metà degli anni cinquanta non era soltanto necessario un discreto musicista di origine operaia o una giusta formula musicale, ma occorreva soprattutto prodotto ammaliante, il simbolo erotico.

Tutta la storia del personaggio Presley diviene da qui in poi la storia frastagliata e tortuosa di un giovane prodotto industriale, di un ragazzo le cui non indifferenti potenzialità artistiche sono state stemperate da un lungo ed inesauribile processo di feticizzazione consumistica. L'ago della sua vicenda inizierà ad oscillare tra talento e profanazione, tra genuinità e mistificazione, senza mai trovare la giusta misura. L'operazione comunque riuscì in pieno, Elvis fu acclamato da migliaia di ragazzi che si riconoscevano in lui. Egli divenne la realizzazione dei loro sogni proibiti, l'angelo ribelle, l'iniziatore dell'era della rivolta giovanile. Alfred Goldman, attento cronista e studioso di arti popolari ha affermato che «il rock’n’ roll» appartiene più alla storia del costume che a quella della musica, e se tale fenomeno musicale viene inglobato nella singola figura di Elvis si può affermare come egli divenne in pochissimo tempo un mito, proprio in virtù del modello che incarnava, dell'emblema di cui si faceva assoluto banditore.

Con lui, per la prima volta nella storia della musica, le note di una canzone suscitarono in un pubblico eterogeneo e diversificato, sensazioni così omogenee. L'importanza della audizione assembleare, della rivoluzione comportamentale venne definendosi durante i suoi numerosi concerti. Tutti parlarono di lui, dei suoi pantaloni a tubo, dei suoi capelli imbrillantinati, delle sue giacche drappeggiate, dei suoi occhi melanconici. Certo il fascino, il fluido magnetico che emanava dalla sua voce, ora soffice e corposa ora graffiante ed aggressiva, era davvero potente. Il suo portamento, il suo muoversi e gesticolare sulla scena erano carichi di sessualità e di violenza da esibire. Presley, cosi come diede vita al primo grande fenomeno tipicamente americano di divismo musicale, suggerì, ragazzo inquieto, alla sua generazione una nuova etica sessuale. Tutto ciò esibendo ed offrendo la carica violenta e la forza scardinatrice di sempre, sicuro di poter liberare i giovani dal regime livellatore dell'establishment americano.

Afferma Carl Balz: «Le sue interpretazioni vocali impegnavano direttamente una ininterrotta tensione, dando l'idea che i testi erano interamente sentiti, ma il modo di sentire era a sua volta represso, quasi che il sospiro potesse essere più profondo o il lamento piu frenetico. Questa combinazione di tensione e spontaneità costituì la vera attrattiva dello stile rock di Presley». Uno stile che nascondeva e suggeriva un nuovo modo di vivere. Quando cantava egli esprimeva la sua sensuale vitalità in modo aspro e sexy, facendo roteare freneticamente il bacino, tanto che questa sua particolarità gli valse l'appellativo di “Elvis the Pelvis». Presley con ciò sembrava intaccare il tessuto connettivo della moralità nazionale, indebolire le istituzioni sociali e religiose; per questo per anni fu attaccato, detestato e spesso violentemente denunciato da milioni di benpensanti americani. Come si e visto Elvis divenne presto idolo di milioni di teen-agers, la stampa si interessò sempre a lui, la sua vita privata fu continuamente scandagliata; insieme ai dischi vennero venduti magliette e souvenir con la sua effige; frammenti del personaggio Presley furono dati in pasto a migliaia di consumatori. La sua notorietà raggiunse negli anni a cavallo tra i 50 e i 60 toni altissimi; egli divenne più potente «sex-symbol» che l'America abbia avuto dai tempi di Rodolfo Valentino in poi, la sua fama oscuro perfino quella di Marilyn Monroe, il suo mito fu spesso avvicinato a quello cinematografico di James Dean. Tutti parlarono di lui, della sua vita, della sua storia americana.

LA DECADENZA - IL MODELLO

Ma la grossa macchina del consumo lo avvolse nelle sue spire, lo incatenò nei suoi marci congegni: ne uscì un personaggio ridicolo e frustrato. La sua vita privata fu rinchiusa nei cancelli della sua lussuosa villa di Menphis. La sua struggente sensualità fu soffocata in favore di un personaggio integro ed invidiabile. Si cercava di rinverdire la vecchia immagine del Presley gentiluomo del Sud, infallibilmente rispettoso e garbato, timido ed introverso, desideroso sempre di ben figurare. Ma risultò soltanto: una manovra goffa e pressiva. Negli ultimi anni Presley, infatti, era imbottito di pillole, faceva forte uso di morfina, credeva di avere dei magici poteri di guaritore, temeva di essere vittima di immaginari complotti, soffriva di manie di persecuzione, pesava 150 chili.

Il suo mito si andava indebolendo, appannando, disperdendo sotto le nuove ondate del rock; tutti sembravano averlo dimenticato. Muore un superstite, un sopravvissuto; ma il businnes ancora pronto a far risorgere qualsiasi leggenda ancorata nelle secche del passato. Nuova polvere di stelle sarà gettata sulle opere del vecchio triste e scalmanato ragazzo di Tupelo. Egli ha avuto mille imitatori, il suo modello si incarnato nei sogni e nelle realizzazioni di tanti giovani cantanti alla ricerca del successo. In Italia Bobby Solo e Michele, negli anni sessanta, hanno ripreso il suo caldo e magmatico tono di voce; Little Tony e Celentano il suo modo di far spettacolo e di esibirsi, ma mille altri cantanti, poi persisi in fumose carriere musicali, si sono direttamente ispirati a lui, padre e precorritore di una intera generazione di musicisti ribelli.

POPSTER anno 2 1977 - Giampiero Vigorito

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