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  • Sabato 09 Gennaio 2010 15:34
  • Ultimo aggiornamento Domenica 10 Gennaio 2010 17:36
  • Scritto da David Guanciarossa

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Francesco Guccini

 


Non molti anni fa la parola cantautore aveva il potere di evocare le macabre e oscene sagre di Sanremo, del Disco per l'estate e, ancora oggi, ad onta degli sforzi dei vari Paoli, Dalla, Tenco, è rimasto un vocabolo strano e triste che non riesce ad elevarsi e a far dimenticare il suo fosco passato di squallore e desolazione. Mi verrebbe infatti da ridere se dovessi definire cantatutori un Lolli, un Guccini o, addirittura un Sorrenti: sarebbe come marchiarli, bollarli col simbolo della voce 'na chitarra e o' poco e luna ». Già, sono le gloriose tradizioni della canzone italiana che cercano di distruggere le poche cose genuine che abbiamo qui da noi; ma, per fortuna, qualcosa si sta muovendo e il pubblico comincia ad accorgersi delle nuove voci, abbattendo col più totale disinteressamento ed ostracismo i prodotti (oggi anche in confezioni spray!) che le case discografiche ci propinano sotto le mentite spoglie di un disco a 45 giri.

Ed in questo discorso di alternativa Francesco Guccini si inserisce alla perfezione, voce validssima della nuova avanguardia « made in Italy ». Modenese di nascita, ma da tempo bolognese convinto, comincia ad interessarsi di musica nel lontano 1957, ascoltando i primi dischi di rock 'n roll, per poi passare all'attività vera e propria insieme con Pier Luigi Farri, col quale fonda un complessino da balera, « I gatti », che con l'andar del tempo si trasformeranno in quel sofisticato gruppo dai più ricorsato sotto il nome di Equipe 84. In quegli anni oscuri in Italia la beat generation era solo un nome, un'entità spaziale lontanissima, ma Guccini riesce a sentire, suonate dai ragazzi americani che studiavano a Bologna, le prime canzoni di Bob Dylan, restandone talmente colpito ed influenzato che ancora oggi usa essenzialmente, più o meno variati, due giri di accordi: quello americano-country e quello francese, alla Jacques Brel, per intenderci.

I testi però sono meno arrabbiati di quelli del Bob universale, non dipingono scene a fosche tinte o gioie incommensurabili, ma le situazioni semplici e proprio per questo vere e difficili di tutti i giorni: le assurde manie della nostra società consumistica, le piccole avventure di piccoli uomini senza passato nè futuro, oppure le grandi azioni di persone che però non avranno un ricordo o un riconoscimento nei libri di storia, per loro fortuna.

La prima impressione che si riporta vedendo e parlando con Guccini è quella di un ragazzo con un gran cuore ed una grande umanità, la stessa impressione che si avverte ascoltando i suoi dischi, segno quindi di una schiettezza e di una sincerità veramente singolari, allo stato puro, niente di artefatto o di caricato apposta per vendere. Che poi il problema di vendere non è mai esistito per Francesco e, anzi, oggi che ha raggiunto un certo successo, è quasi scocciato di questo, ripensando forse con nostalgia ai tempi in cui componeva solo se ne aveva voglia, sorretto dalla completa fiducia che qualche dirigente lungimirante della EMI aveva riposto in lui.

Le sue prime canzoni videro la luce, o, meglio, raggiunsero il successo, lanciate dall'Equipe 84 e dai Nomadi, con i quali ultimi però non ci fu mai un vero e proprio spirito di collaborazione, anzi il loro rapporto si riduceva ad una ben misera cosa: ogni tanto uno di loro andava da Francesco, ascoltava le sue ultime composizioni, sceglieva quelle più opportune all'economia del complesso e se ne andava.

Bisogna attendere il 1967 perché Guccini si decida a incidere un album da « solo », album che passò completamente sott'occhio sia al grosso pubblico che alla critica e che oggi si può trovare ancora in qualche discoteca, ma con difficoltà, non essendo stato ristampato.

In questo L.P., « Francesco Folk Beat n. 1 », compaiono canzoni già note come

« Noi non ci saremo »,

« Auschwitz »,


« L'antisociale »,


e altre inedite che spaziano dalla satira politica a quella di costume, da momenti di intensa tristezza a momenti di pensosa riflessione.

Affiancano Guccini in questa sua fatica Antonio Roveri e Alan Cooper all'armonica e chitarra accompagnamento, mentre tutte le canzoni sono firmate da due fantomatici Pontiack-Verona, tranne « Auschwitz » della quale è coautore Maurizio Vandelli.

È difficile dire quali siano i pezzi migliori in quanto in ogni canzone c'è qualcosa che affascina e piace: come la divertente satira della gente bene, vuota e sempre attenta alle apparenze per poter essere sempre alla moda, o la storia di una famiglia talmente conformista e, diciamolo pure, italiana, da cambiare addirittura nome ad ogni variazione di potere.

Tutti acquarelli nei quali scopriamo in Guccini un osservatore attento e dotato di un acuto senso critico e della satira necessaria e sufficiente per fare del cabaret.

Ma successivamente, negli altri albums, non troviamo più canzoni o ballate di questo tipo, mancherà sempre il guizzo graffiante e cattivello, Francesco da ora in poi preferirà le atmosfere più diafane, più crude se vogliamo, più umane e sicuramente più vicine alla sua mentalità e sensibilità, delle quali già in « Folk Beat n. 1 » ce n'è qualche esempio: la ormai storica

« Noi non ci saremo »


e « Venerdì Santo »


un soffuso quadretto bucolico con una chiesa di campagna, un paese e un senso di religiosità immanente nell'aria e in tutte le cose che quasi ci soffoca insieme con l'odore dell'incenso.

Ma le più riuscite ed attuali sono senza dubbio

« La ballata degli annegati »


e « In morte di S.F. »,


perché mostrano le avvisaglie di quello che sarà l'ultimo Guccini, un Guccini che canta la vita andata, la morte venuta, il tempo che trascorre e trascorre male perché non serve a nulla: in ogni attimo sprechiamo inutilmente infatti le nostre energie, le nostre qualità e poi... poi niente, tempo, vita, sogni scompaiono in un incidente d'auto o in tuffo nel fiume.

Questo senso della morte e del tempo è molto forte in Francesco: la morte vista come un'entità che esiste, che qualche volta ci alleggerisce della vita, ma che è sempre una cosa lontana da noi, una cosa che dovrà venire sì, ma un giorno, un giorno remoto e senza nome; e il tempo come mezzo della morte per portare a termine il suo compito, il suo facile compito, e mai visto come una realtà immanente, il tempo come presente, ma sempre come passato da rimpiangere o da ricordare e come futuro di speranza, un futuro prossimo però, perché non possiamo sapere cosa ci riserva quello più... futuro. Anche in « Due anni dopo » Guccini svolge questo suo discorso e se i suoi album sono in genere pessimistici, senza mai trascendere, questo è senza dubbio il più triste e per questo il più lirico e ricco di momenti magici e tenui adatti alla nostra mentalità decadente e un po' crepuscolare.

Il vero merito di questo ragazzo consiste infatti nel fare dell'ottima musica, nel creare delle atmosfere musicali che si fondono perfettamente con le parole usufruendo solo di una chitarra o poco più e, anzi, le canzoni di sola chitarra e voce sono certamente le più belle.

In questo secondo L.P. lo coadiuva Deborah Koopermann, un'americana che suona la chitarra nell'inimitabile stile country californiano e che, andata in vacanza a Bologna per un'estate, ci è restata, si è sposata e ormai sono quasi quattro anni che vive lì: ma il bello è che, secondo Guccini, il fatto è abbastanza normale per una città come Bologna.

È un album di immagini, di piccoli siparietti e storie che hanno colpito la fantasia di Francesco: le piccole gioie e dolori di una festa di compleanno, l'afa e la città deserta di un giorno d'estate, un ubriaco addormentato davanti al suo bicchiere.

Poi sorge improvvisa ed atroce « Primavera di Praga », un ricordo rabbioso e dolente di Jan Palach, il ragazzo cecoslovacco suicidatosi alla maniera dei bonzi indiani per la libertà del suo paese, una speranza per tutta la Cecoslovacchia contro i neo-imperialisti russi. Bellissima anche per atmosfera e dolcezza è «Ophelia», in cui il personaggio Shakespeariano, morto mentre coglie fiori in riva ad un ruscello, è posto come al centro di un sogno meraviglioso e fantastico, frutto della mente fervida e ingenua di un bambino.

A questo punto sembra quasi che Guccini riascoltando il disco si sia accorto di aver composto un'opera troppo cruda e seria o perlomeno non troppo adatta al pubblico dell'epoca (siamo nel 1969) e così nasce « Al trist » un country-blues classico e anche un pò cattivo (tutto merito della ottima Koopermann) con un solo piccolo particolare: è cantato in dialetto romagnolo puro.

Questi sprazzi di spensieratezza e chissà, forse con un pizzico di malizia e di poesia in giro, non sono nuovi per Francesco; anche in « Folk Beat » c'è una canzone di questo tipo: « Talkin Milano », chiaramente sulla falsariga della dylaniana « Talkin New York », nella quale si alternano al canto Guccini e Alan Uooper, uno in italiano e l'altro in un inglese pazzesco senza alcun senso logico, con parole messe una dietro l'altra in completa anarchia ma sicuramente più comprensibili del bolognese di « Al trist », che suona proprio come una lingua a parte.

Finisce con questo disco il primo Guccini, il Guccini idealista, con i suoi alti e bassi, propri dei giovani che credono di poter cambiare il mondo e di poterlo fare con facilità e che quindi al primo rovescio, alla prima disavventura si vedono crollare tutto intorno e non sanno più cosa pensare e come agire: « Le rivoluzioni non bisogna cantarle, bisogna farle »; questo il suo pensiero oggi, detto esattamente in questi termini a Controcanzonissima durante la sua esibizione al Piper.

Quindi ora Francesco, dopo la dura contestazione studentesca degli anni 1968-70, fa un pò il punto della sua situazione sia umana, sia musicale, getta insomma le basi per il suo futuro, e, maturato dalle esperienze avute, sceglie la strada che dovrà percorrere, cambiando anche un pò il suo genere. Gli anni '60 sono finiti, cominciano gli anni '70, il pubblico si è accorto di lui, comincia a capire il suo discorso, comincia ad apprezzare il suo impegno: nasce il suo terzo L.P. « L'isola non trovata ».

Questa volta Francesco non è più solo con la sua chitarra, ma è coadiuvato da un discreto gruppo di musicisti fra i quali due suoi vecchi amici e compagni musicali, ossia Pier Luigi Farri e Maurizio Vandelli, Vince Tempera, che con la sua esperienza musicale e la sua abilità al piano ha fatto sì che gli arrangiamenti risultassero meno « arrangiati » del solito, l'onnipresente Deborah Koopermann e due ragazzi al basso e alla batteria dai mitici nomi di Ares e Ellade.

È stato spesso rimproverato a Guccini di essersi imbastardito, inserendo nelle sue canzoni un complesso, perché, si afferma, al vero Guccini per il genere di cose che fa, devono bastare la chitarra e la voce; ma un artista, se vuole essere tale seriamente e professionalisticamente, deve saper evolversi col cambiare dei tempi, altrimenti rischia di essere superato o addirittura tacciato di monotonia, quindi ben vengano chitarre elettriche, batterie e Moog, che sarà usato in « Radici », se tutto ciò agevola e rende migliori le canzoni.

Infatti ne « L'isola non trovata » le atmosfere non cambiano di molto, sono soltanto più accentuate, gli strumenti sottolineano meglio le frasi salienti delle canzoni: unico difetto è l'incisione un pò caotica, un missaggio non esattamente all'altezza della situazione che disturba in un primo momento, ma poi non ci si fa più caso. Cos'è l'isola non trovata? Sono i nostri sogni, le nostre speranze, i nostri progetti andati in fumo, scomparsi nella nebbia che la avvolge; e a nuilia serve comprarla con tanto di « ... firma suggellata e bolla del Pontefice in gotico latino », perché non la raggiungeremo mai; potremo arrivare a vederla ma non ci potremo arrivare. L'album è piuttosto semplice, forse inferiore ai precedenti, ma come dicevo è un momento di transizione per Francesco, comunque è proprio qui che il tema del tempo e, diciamolo pure, la paura del tempo tocca il suo apice. « Un'altro giorno è andato », per esempio, mostra il tempo che sgocciola davanti a noi senza che possiamo fermarlo, e, sgocciolando, si porta via volta per volta la nostra vita, lasciandoci soltanto i ricordi, tristi simulacri di quello che eravamo, dolorose smentite di quello che avremmo voluto essere e piano piano ci troviamo alla fine della vita con l'impressione di non averla vissuta.

Non è facile per gli uomini, sia i re di Spagna che gli uomini comuni, quelli che morendo non dicono frasi citabili ma muoiono in silenzio quasi scusandosi, raggiungere l'isola, che forse non esiste neppure; e poi tanto cosa resterà di noi... dopo? Solo qualcosa che volerà dove non lo sapremo mai, lasciandoci finalmente in pace e vuoti: ma avevamo realmente qualcosa dentro prima?

Caso strano, proprio questo disco, che non è fra i più felici, ha portato Guccini alla gloria italiana e lo ha costretto a faticose serate per tutta la penisola, che hanno impedito a lungo l'uscita del suo quarto disco « Radici » che infatti esce solo due anni dopo.

Ancora con Farri, Guccini approfondisce il discorso intrapreso con « L'isola non trovata », ma in modo per me migliore, c'è un certo larvato ritorno all'antico modo di esprimersi, un ritorno alla ballata, alla chitarra, sempre però insieme ad altri strumenti molto meglio amalgamati di prima, un ritorno che si vede nelle uniche canzoni valide dell'album, che vale di essere comprato solo per questi tre autentici capolavori di atmosfera, contenuti e musicalità:

« Il vecchio e il bambino »,


« Canzone della bambina portoghese »


e « La locomotiva ».


« La locomotiva » è la storia vera di un macchinista anarchico che si lancio con la sua locomotiva contro un treno di signori, sacrificandosi per la causa proletaria.

La canzone va avanti come una favola. e questo vuole essere, una specie di fiaba meravigliosa dove i buoni trionfano e i cattivi muoiono; ma la via è ben diversa, la realtà non si cura del torto o della ragione e fu così che il macchinista e la sua vaporiera furono deviati lungo una linea morta, finendo il loro pazzo e meraviglioso sogno. Ci resta solo la speranza di sentire un giorno la notizia di una locomotiva, di tante locomotive che, come tante bombe, si lancieranno contro l'ingiustizia e i suoi detentori.

Le altre due canzoni vanno ascoltate, non possono essere descritte senza falsare o togliere qualcosa: ogni frase è essenziale, ogni nota è al posto giusto. Al centro di tutto c'è sempre l'uomo ma non il superuomo nietschiano, bensì il puntino invisibile nell'oceano, l'atomo nell'universo, lo schiavo del suo stesso potere, che non vuole rendersi conto della propria meschina entità.

Non dobbiamo però pensare che Francesco Guccini sia tutto qua: la poliedricità del suo spirito smentisce la nomea di tipo serioso e impegnato (nel senso negativo del termine) che lo circonda. Amante del vino e delle allegre brigate, ha aperto a Bologna « l'osteria delle Dame » dove si riunisce con amici e compagni per bere, parlare, suonare; intendiamoci, non è una vera e propria osteria, infatti i pochi vecchi che vi entrano, dopo un bicchiere bevuto in fretta, scappano via, spaventati dalle grinte e dai discorsi che vi si fanno, è piuttosto un luogo di incontro dove peraltro sono nate molte canzoni di Francesco e dove è stata registrata una parte del suo primo album « live ». (Opera Buffa). Quindi il discorso musicale di Guccini va ben al di là della semplice canzone, del disco, è piuttosto una ricerca di amicizia, una ricerca di gente che vibri all'unisono, una ricerca di contatti umani: il disco fa un pò da diaframma, da filtro, ma la carica affettiva è talmente grande che raggiunge i nostri sentimenti lo stesso, facendoci sentire intimamente vicini e partecipi dei problemi di una persona con la quale non abbiamo avuto che un contatto epidermico e casuale, ma sentiamo che tutto ciò è più che normale se questa persona si chiama Francesco Guccini.

 

SUONO STEREO HI-FI novembre-dicembre 1973 - Gian Paolo Grazia (foto Marco Verzili) 

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