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  • Martedì 29 Settembre 2009 10:32
  • Ultimo aggiornamento Martedì 29 Settembre 2009 10:41
  • Scritto da David Guanciarossa

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Enrico Rava

Trombettista, italiano (è nato a Trieste), Enrico Rava ha scelto di lavorare a New York. Ha suonato con Steve Lacy, Gato Barbiari, Lee Konotz, Mal Waldrom, Dollar Brand, Bill Dixon, Roswell Rudd, Don Cherry, Charlie Haden, Carla Blay, Gunter Hampel e Jeanne Lee... Partendo dalla sua esperienza americana, fa in questa intervista il punto sulla relazione che esiste tra la musica e la società.

Intervista tratta da « Jazz Magazine »

JM Che cosa ha fatto restare in America Enrico Rava?

Enrico Rava L'amore per il jazz. Non è partito preso, è una ragione d'essere. Io voglio vivere il jazz come attore, non come spettatore. Quando stavo in Italia, mi sentivo più un collezionista di francobolli che un jazzista. In un intervento pubblicato su « Musica Jazz », Daniel Humair, disse che i migliori musicisti di jazz, attualmente, sono europei e che questo sarà ancora più evidente nel futuro. É una grossa corbelleria. Ci sono molti jazzisti europei che suonano bene: Barney Willen, Franco D'Andrea, Peter Brotzman, Aldo Romano, Han Bennink, degli inglesi... Si possono trovare molti musicisti che suonano bene. delle partiture, ma il jazz resta la musica di questo paese, l'esperienza dei negri, di questo paese. É qui che è nato. Quando essi sono piccoli l'ascoltano in chiesa, in ogni luogo. É un'altro modo di pensare, di affrontare la vita. L'importanza del jazz nella storia della musica, consiste che un'altra cultura è entrata di forza in questo paese. Niente a che vedere, per esempio, con la musica indiana che si ascolta in quel modo, perché ciò corrisponde ad un esotismo. Essi hanno importato questa musica ed in seguito hanno cercato di distruggerla, di distruggere la cultura negra. Per « essi » intendo chiaramente la società bianca, il sistema, l'industria. Hanno cercato di dare un'immagine bianca a questa musica: Paul Whiteman « The King of Jazz », Al Jolson « The Jazz Singer », Benny Goodman, la West Coast, Stan Getz... Ma, non ci sono riusciti. Dave Brubeck è stato il primo musicista di jazz a cui sono state aperte le porte delle Università agli inizi degli anni cinquanta, quando un Bobby Timmons, che è un miliardo di volte più vero, più importante, più sincero di Brubeck, era « merda ». Qui l'industria è fortissima. Quando essi decidono di appoggiare qualcuno, lo fanno suonare quà e là, un po' di pubblicità ed à già qualcuno. Accanto a questo, vi sono centinaia di musicisti meravigliosi, degli autentici creatori, che non lavorano mai o una volta ogni tre mesi. La società bianca è talmente- orgogliosa del suo potere, della sua ricchezza, della sua merda tecnologica, che non può ammettere che l'unica cosa originale di questo paese è stata fatta dai Negri. Quando io dico « negri » non escludo tutti i bianchi.

Vi sono quelli che, naturalmente o intellettualmente, non accettano questa società e hanno una coscienza sociale. Per esempio, per una Janis Joplin, ci sono duemila ragazze negre che cantano meglio, ma Janis Joplin ha guadagnato milioni. Poteva anche essere sincera, ma è stata sfruttata, ed è a causa di questo che forse è morta. Fu un'autodistruzione, l'impossibilità di essere se stessa senza essere sfruttata. Si sono serviti di lei per dare una immagine bianca alla cosa. Bada, anche essere musicisti bianchi non è facile.

Se si ha del talento, si hanno tutte le condizioni per essere manipolati. Esempio: Lennie Tristano, Lee Konitz. Stessa cosa per Stan Getz. Ho ascoltato i suoi dischi del '52, buona musica, ma oggi è divenuto quello che si sa, hanno fatto di lui una cosa che egli non è. Hanno distrutto la sua musica e hanno fatto di lui una specie di clown. Un musicista bianco deve controllare la sua situazione in ogni momento se non vuole essere distrutto.

JM Che fanno i musicisti di jazz che tu conosci?

Enrico Rava Molto poco visto la loro magra situazione finanziaria. Per certi la soluzione consiste nell'insegnare. Bill Dixon non fa praticamente che questo. Cecil insegna. Roswell ha cominciato. Fanno questo perché non hanno la possibilità di fare altre cose. É uso comune oggi di non pagare i musicisti di jazz, di fare del jazz una cosa gratuita, organizzare concerti gratis...

Quando tu fai un disco ti sentirai dire che ti è stato fatto un favore. Per questo gli impresari, i proprietari di club, tutti quelli insomma che gravitano intorno al jazz, qui ed in Europa, non muoiono mai di fame. Bill Dixon ha detto che non suonerà mai più in un Club.

Molti altri cercano in un'altra direzione musicale, verso i giovani. Quello che ha fatto Miles Davis. Molto bene, io non lo critico. Il suo problema è se egli ama veramente quella musica. Che i giovani, il pubblico del rock, ascoltino vari tipi di musica va benissimo. É un pubblico enorme che forse è pronto ad ascoltare del jazz. Se cinquantamila persone l'ascoltano e l'amano, è molto bello, ma, personalmente, ciò che egli fa mi annoia terribilmente, anche se resta un fantastico trombettista, uno dei più grandi. Per me sono in tre: Amstrong, Miles e Don Cherry. Se quello che fa Miles attualmente mi annoia non è una questione d'estetismo o di morale. Da quando sono venuto in America ho ascoltato vari tipi di musica: ho lavorato a Porto Rico con i Cubani, ho ascoltato musica brasiliana, argentina, del soul... Adoro Aretha Franklin...

Non è dunque una questione di stile, ma a livello di sensazioni. lo amo tutta la musica dove esiste veramente qualcosa... il tango, Aretha, Don, Cecil. Per me sono tutti allo stesso livello. Non penso che Coltrane sia superiore a Aretha o l'inverso. É come due aspetti d'una stessa cosa, come una frase detta in italiano ed in francese. In Freddie Hubbard per esempio non passa mai niente. I musicisti che più mi hanno influenzato sono Don Cherry, il musicista e l'uomo, Cecil, quello che suonava e che diceva. Miles, non lo conosco personalmente, mi ha influenzato in un altro senso. Joao Gilberto anche, non solamente dal punto di vista musicale. Con lui ho capito molte cose. La musica è energia, è il tutto, è essere umani. Si chiama Jazz, soul, la musica nata dall'incontro dei negri con i bianchi; in Brasile o a Cuba abbiamo musiche afro-latineamericane. Sono delle musiche veramente popolari, nate naturalmente dal popolo. Non possono mai morire. Non è come la musica contemporanea sovvenzionata dal governo. Quando la musica del popolo non è più controllabile dall'industria, questa inventa i Blood Sweat & Tears. Li può manipolare, può fargli dire cosa vuole. Nei ghetti non faranno mai suonare Cecil Taylor. Non perché nei ghetti non amino Cecil, ma se egli vi suonasse passerebbe qualcosa nella testa di questa gente. Ha tanta energia, tanta vitalità. lo amo i Rolling Stones, non gli sono ostile, ma sono contro quello che essi rappresentano, sono un'invenzione dell'America. I giovani s'identificano con il rock, è la loro musica. Sono giovani, sono contro gli ideali dei loro genitori e questa musica può allora passare per rivoluzionaria. Ma oggi è chiaro: il rock è semplicemente un nuovo trucco dell'industria, hanno creato un nuovo mercato. Un esempio: gli hippies, i loro vestiti, i concerti. Un posto al Filmoore East costa molto caro, lo stesso prezzo che per un recital di Frank Sinatra, ovvero la musica che ascolta la borghesia. Io ho suonato in tali posti (Fill-more, Electric Circus) ed è incredibile. Da cinque a sei dollari l'entrata (3.000-3.500 Lire). Questi tipi che possono pagare questa somma due o tre volte la settimana arrivando tutti sporchi con i pantaloni rappezzati. É dunque una moda perché un tipo veramente povero non ha sei dollari per entrare all'Electric Circus. É solo una geniale invenzione dell'industria. Questo paese è talmente ricco che può inglobare tutto. Le memorie di Che Guevara sono diventate un best-sellers. L'industria del rock è più importante della Ford o della General Motors. Io non sono contro gli Stones, ma contro il sistema che essi servono. Non è un punto di vista morale, ma politico. E' un circolo vizioso.

JM Che pensi dei musicisti che fanno un jazz politico?

Enrico Rava Io credo che tutto quello che diciamo è politica, la neutralità non esiste. Non penso che la musica sia al di sopra di tutto questo in un angolino del cielo. Ma se si vuole fare la rivoluzione bisogna farla veramente e lavorare. Non si cambia la società con una tromba o un sax. Nella nostra società la musica non ha l'importanza che essa ha in Africa o in India. Nella nostra cultura la musica è uno spettacolo che si va a vedere il sabato sera. I tipi che fanno della musica « rivoluzionaria » lo fanno solo per vendere la propria musica, per darsi una coscienza pulita. Quando qualcuno ha domandato a Che Guevara: « Io sono un intellettuale. Che posso fare per la rivoluzione? », egli ha risposto: « Io sono medico! ». Nella nostra cultura, il jazz è destinato ad una élite intellettuale ed economica. La scelta è: essere musicista o lottare. Dire « Io sono un musicista combattente », è troppo facile, è ipocrita. Detesto questo modo d'agire.

JM Hai osservato della manifestazioni di razzismo a New York?

Enrico Rava A tutti gli angoli! Un pò come in Italia con i meridionali ed in Francia con i Nord-Africani. Come esiste una società in minorità, ogni minorità manifesta il suo razzismo nei confronti delle altre minorità. Il razzismo è una necessità di questo sistema che, per l'equilibrio economico, ha bisogno di un certo numero di poveri. Come in Italia. Per un meridionale è molto difficile trovare un appartamento a Torino. Essi vivono in una di ghetto. Ci si rifiuta di alloggiarli perché sono poveri, non si sanno servire di un bagno e dopo due mesi essi sono in venti in quanto tutti i loro parenti vengono a vivere con loro. Tutto questo è vero, ma se essi non hanno potuto andare a scuola, trovare un lavoro migliore, apprendere a utilizzare un bagno è perché gli è stato impedito. D'altra parte è un bene che essi non sono potuti andare a scuola, in quanto l'educazione come è ora è razziale, è una merda. Qui, come in Italia, quelli che hanno il potere economico hanno bisogno per conservarlo d'una classe di gente che non possieda niente. Roswell Rudd, che è per me il trombone più importante del nuovo jazz, non ha niente a che vedere con l'americano tipo. Egli vive di fianco a tutto questo ed ha una coscienza sociale, una purezza naturale, non intellettuale, che lo porta a rifiutare tutto ciò.

Guarda gli studenti rivoluzionari. Fanno la rivoluzione per un periodo di due o tre anni, marciano per New York vestiti da guerriglieri mentre il loro padre paga da due a cinquemila dollari, dopo un'anno vanno a lavorare con il loro padre, comprano una Cadillac. Chiaro, non sono tutti in questo modo, ma non hanno una purezza naturale. É come la sonorità: se è pura, se viene direttamente dall'interno, allora è veramente bella. Ma quando si pensa al suono, si potrà anche avere una bella sonorità, ma non vorrà dire niente.

JM Chiami la tua musica « Free jazz »?

Enrico Rava Shepp, è free? Per me assomiglia molto a Duke Ellington. Ho ascoltato degli assoli di Duke del '44 e assomigliano molto alla musica d'oggi. Don Cherry? Amstrong nel 25-26 faceva del free, egli suonava liberamente, provava nuove strofe in fase di registrazione, come Don oggi che a volte prende stecche incredibili. Quando i grandi musicisti prendono degli errori è bene in quanto li sanno utilizzare. Ecco perché non amo Hubbard e Woody Shaw: essi fanno del trombettismo, degli esercizi, come una lezione di vocabolario, e non prendono mai stecche, non rischiano mai. In « Ascension » di Coltrane, ci sono Hubbard e Dewey Johnson (Johnson non fa più niente, è divenuto pazzo. Si è messo a suonare il sax sostenendo che la trombetta è ingiusta in quanto occupa solo una mano) Hubbard aveva più tecnica di lui. Ma nella seconda versione di « Ascension », Johnson comincia con una nota che non suona, « pwark », e continua così durante tutto il suo assolo, ed è mille volte più interessante che il solo di Hubbard. Hubbard avveva la responsabilità di creare della musica, d'improvvisare su niente, ed era completamente perduto, non perché non avesse talento, ma perché non era abituato a tentare. Stessa cosa in « Free Jazz » con il doppio quartetto di Omette e Dolphy. Ecco perché Amstrong è veramente grande: egli non ha mai cessato d'inventare. Fu uno dei primi negri a suonare in un teatro. Immagino le pressioni che ha dovuto subire; psicologiche, economiche, razziste. É il padre di tutti i cantanti jazz. Ha creato lungo tutta la sua vita, come Monk. Molti dicono che Monk fa sempre le stesse cose. É falso. In più egli ha lo spirito: può fare la stessa cosa, ma ogni volta differente.

JM Che effetti possono avere i critici sulla musica?

Enrico Rava Se un tipo ha veramente talento, essi non lo possono distruggere, ma gli possono rendere dura la vita di che già per se è dura. Don, per esempio, non ha mai avuto il posto che merita in America. Lo stesso per Bill Dixon. Per me i critici sono gente che scrive prima ancora d'utilizzare le proprie orecchie. La funzione del critico deve essere differente. I critici devono essere dei giovani che ascoltano tutto quello che si suona e vivono con i musicisti o almeno a stretto contatto con loro. Poi, come in tutto, c'è la corruzione.

Enrico Rava Lavori Casalinghi

Brano di Rava dedicato a Massimo Urbani
Rava's tune dedicated to Massimo Urbani
Enrico Rava trumpet
Massimo Urbani alto saxophone
Bobo Stenson piano
Palle Danielsson bass
Jon Christensen drums

Enrico Rava - Umbria Jazz 2008

Enrico Rava torna a Umbria Jazz con un nuovo progetto che è anche un omaggio ad uno dei jazzmen più amati quanto sfortunati: Chet Baker, di cui cade quest'anno il ventesimo anniversario della tragica morte ad Amsterdam. Baker, con Miles Davis, è stato uno degli artisti che hanno maggiormente influenzato Rava, soprattutto nella prima parte della sua carriera. Per celebrarlo degnamente il trombettista triestino ha costituito un quartetto con alcuni dei partner europei che hanno frequentemente accompagnato Chet nell'ultima parte della carriera: il chitarrista belga Philippe Catherine, il contrabbassista italiano Riccardo Del Fra ed il batterista francese Aldo Romano.
 
Stefano Bollani & Enrico Rava al Vulcanica Live Festival di Rionero 28/08/2008

 

SUONO STEREO HI-FI ottobre/novembre 1973 - (Trad. M. Stefani, Foto U. Santucci)

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