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  • Sabato 05 Settembre 2009 08:48
  • Ultimo aggiornamento Sabato 05 Settembre 2009 09:11
  • Scritto da David Guanciarossa
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Il Flauto

É nato in riva ad uno stagno. Quando un uomo ha raccolto un pezzo di canna di bambù, gli è venuto in mente di soffiarci dentro ed è rimasto di stucco sentendo che ne usciva un suono simile al fischio del tordo.

Poi è riuscito a costruirsi uno strumento simile anche con altro materiale, gli ha praticato tre o quattro fori e ha cercato di usarlo meglio possibile. E in questo nodo, senza saperlo, ha creato i presupposti dell'arte di Gazzelloni o di Rampal.

Alcuni ritrovamenti archeologici hanno portato alla luce flauti d'osso e di legno fossilizzato abbastanza ben conservati, tra cui quello delle grotte di Isturitz (Bassi Pirenei), flauto d'osso a quattro fori che pare risalga nientemeno che al Paleolitico Superiore, cioè a circa 25000 anni fa.

Il flauto nell'antichità: le testimonianze iconografiche e scritte sono moltissime, ma da tutte emerge un fatto fondamentale: che il flauto era uno strumento di carattere sacro, usato per accompagnare cerimonie rituali e propiziatorie. Per esempio, in India era considerato di buon augurio, e per questo era lo strumento d'elezione nelle feste nuziali. (Non sarebbe un'idea malvagia!)

Comunque, per tornare dalle nostre parti, la grossa spinta che ha portato il flauto ad essere definitivamente legato alla civiltà europea gli è venuta dalla Grecia. Quella Grecia in cui un poeta era sempre accompagnato nel suo canto da una lire o da un flauto, in cui un buon auleta era considerato e stimato alla stregua di un importante personaggio pubblico, e veniva mantenuto a spese dello Stato perché potesse dedicarsi completamente alla sua arte senza preoccupazioni di ordine economico.

L'aulo, generalmente doppio, era costruito in osso e aveva l'aspetto di due flauti di forma cilindrica o lievemente conica, a quattro fori ognuno, uniti per l'imboccatura.

Con queste stesse caratteristiche passa alla civiltà romana; ma pare che il flauto doppio romano, la tibia, fosse eredità etrusca piuttosto che greca.

Dopo la pausa che la comparsa della musica bizantina e gregoriana impone all'esecuzione e allo sviluppo della musica strumentale, il medioevo riconcilia il musicista col flauto. Ma la vera e propria fioritura è piuttosto tarda: nell'Alto Medioevo, quello delle invasioni barbariche e dei monasteri benedettini, per intenderci, nessuna traccia di strumenti a fiato. E nemmeno nell'XI" e XII" secolo, quando menestrelli, trovatori, Minnesanger preferivano accompagnarsi con il liuto o comunque con strumenti a corda che permettevano di riunire in una sola persona cantore e strumentista. Ma nello stesso periodo la messa in scena delle sacre rappresentazioni richiedeva d'obbligo che il solista narratore e gli attori fossero accompagnati da una orchestra di quattro o cinque strumenti, tra cui certamente il flauto.

La crescente partecipazione del flauto all'esecuzione polifonica e strumentale è testimoniata da un divertente scritto di Guillaume de Machault: fra gli strumenti che avevano allietato una festa data dai praghesi in onore del re di Cipro, figuravano « Più di dieci paia di flauti / cioè di venti tipi diversi / sia forti sia leggeri / (...) tamburi e flauti / e mezze dozzine di flauti che suonano / quando tu li tieni dritti... ». Probabilmente Guillaume esagera per far colpo sulla fantasia dei contemporanei. Ma ci dà modo di scoprire che nel trecento erano già conosciuti e usati diversi tipi di flauto, dai più acuti ai più bassi, dritti o traversi, dalle sonorità più deboli alle più forti. In un altro manoscritto, anonimo, ritroviamo le misure dei flauti di allora: andavano dai 14 cm. ai 2,02 m. (!).

Il momento d'oro del flauto dura quasi tre secoli, dal '500 alla prima metà del 700. I compositori gli affidano parti fondamentali e richiedono dagli esecutori un virtuosismo tale da imporre modifiche alla struttura dello strumento. Infatti verso il 1650 il flauto traverso presenta le prime chiavi; più tardi verrà modificata la forma, che diviene da cilindrica a conica. Di questa trovata, che semplificava la tecnica del diteggio ma diminuiva anche la precisione dell'intonazione, è responsabile Hans Joachim Quantz, autore, tra l'altro, di un apprezzatissimo (allora) « Saggio di un metodo per imparare a suonare il flauto traversiere ».

Bach, Vivaldi, Telemann pongono il flauto fianco a fianco al violino e al clavicembalo, strumenti sovrani dell'epoca. In effetti la fiducia prestata al flauto è pienamente giustificata dalle sue qualità. E' agilissimo: nessuno strumento a fiato o a corde, nemmeno il violino, può compiere salti di grandi intervalli così repentinamente come il flauto. Le sue possibilità espressive sono ampie, e molto sfruttate: brillante ed incisivo negli acuti, il timbro si fa dolcissimo e vellutato nei bassi, dove raggiunge la sonorità lontana e chiusa del corno.

La musica barocca segna l'apoteosi del flauto, ma anche la sua sepoltura. Infatti, dopo brevi apparizioni in Mozart e in Beethoven, scompare completamente come strumento solista o per lo meno « di prima fila », e resta nel dimenticatoio per tutto il periodo romantico. Ed è proprio nell'800, nel suo momento di minore popolarità, che il flauto subisce quelle modifiche strutturali fondamentali che lo portano alla forma odierna. Intorno al 1830 Theobald Boehm, bavarese, sorpreso per la pienezza del suono che un flautista inglese otteneva da flauti con fori più grandi, e interessato alle modifiche geniali che un dilettante aveva apportato alle chiavi, si mette a studiare l'aspetto scientifico del problema. Facendo appello alle leggi dell'acustica, progetta un flauto del tutto nuovo che si rivela poi un'ottima trovata. In sostanza la riforma di Boehm consiste in questo: la forma del flauto ridiventa cilindrica, lo strumento presenta un sistema di chiavi ad anello che semplifica molto la tecnica dell'esecuzione, e il materiale non più il legno o l'avorio ma l'argento, l'oro o una lega di rame, zinco e nichel argentata. I risultati di queste modifiche sono eccezionali: il cambiamento della forma, da conica a ciilndrica, porta ad una precisione di intonazione di gran lunga superiore a quella precedente, il che si spiega con la costanza del rapporto diametro del tubo/ diametro delle aperture laterali. Sia la forma sia il meccanismo delle chiavi ad anello permettono, in definitiva, di produrre 11 semitoni cromatici intermedi tra la fondamentale e il suo primo armonico per mezzo di altrettanti buchi che, aprendosi successivamente, accorciano la colonna d'aria in quantità proporzionali esatte. La « flute Boehm », come subito viene chiamato il nuovo strumento, ottiene un rapporto molto favorevole dalla Academie des Sciences. Ma i compositori lo lasciano nell'ombra, a far da zufolo in orchestra più o meno per tutto il secolo.

La fortuna del « colore » orchestrale, teorizzato da Berlioz, ridà al flauto un posto dignitoso tra gli altri strumenti; ma bisogna aspettare il novecento e un nuovo tipo di musica per riascoltare il flauto come solista e come strumento di una certa importanza.

Debussy, Ravel, Strawinsky ne fanno largo uso rivalutando in pieno le sue qualità foniche ed espressive. Tanto che nel 1912 Debussy, attratto dalla sonorità dolcissima dello strumento, compone la « Flute de Pan », un brano suggestivo per flauto solo rimasto ignoto al pubblico per molti anni. I compositore aveva annotato sullo spartito indicazioni ben precise, secondo cui allo spettatore-ascoltatore doveva presentarsi uno scenario di alberi e arbusti, ma non lo strumentista, che doveva rimanere nascosto. « Il suono, così pare sprigionarsi nell'aria. La voce del flauto si effonde intorno con insinuante malia come da spazi sconosciuti ».

Coi musicisti della Scuola Viennese e quelli a noi ancora più vicini assistiamo ad una utilizzazione diversa del flauto, come del resto di tutti gli strumenti. Mentre a Debussy e a Ravel interessano soprattutto le qualità espressive ed evocatrici del timbro dolcissimo nel registro medio, Schonberg e Berg tendono a sfruttare a fondo piuttosto la sua agilità, la possibilità quasi illimitata di eseguire veloci salti di intervalli ampi, in sostanza la sua grande disponibilità nei confronti dell'esecutore. Il flauto assume progressivamente una autonomia da strumento « adulto », che non necessità, quindi, anche se accetta, l'accompagnamento dell'orchestra. Questa sua nuova posizione di inividualità è chiaramente dimostrata dal « Concerto per flauto » di Goffredo Petrassi. Ce lo descrive Franco Abbiati, in un modo piuttosto cervellotico ma senz'altro appropriato:
« Sullo sfondo orchestrale organizzato serialmente lo strumento solista intesse i suoi brillanti arabeschi idiomatici come commenti improvvisati sull'argomento musicale disposto episodicamente ».

(D. P.)

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