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  • Venerdì 19 Giugno 2009 09:22
  • Ultimo aggiornamento Venerdì 19 Giugno 2009 10:08
  • Scritto da David Guanciarossa

Jazz story - Charlie Parker

(Kansas City 1920 - New York 1955)

 

Charlie Parker and Miles Davis

(Charlie Parker & Dizzy Gillespie play "Hot House")

(Charlie Parker (alto sax),Miles Davis (tromp.), Duke Jordan (piano), Tommy Potter (g), Max Roach (drums) )

E un nome che mette i brividi. Per chi ama il jazz, ogni nota del suo sax alto da ancora oggi un'emozione fortissima: eppure Charlie Parker fu sbattuto fuori dalla sala, un anno dopo il suo debutto, da un infuriato Jo Jones che gli tirò dietro il piatto della batteria irritato dal fatto che un cosi maldestro sassofonista intervenisse in una jam-session.

Yardbird, come veniva chiamato Parker per la sua goffaggine (yardbird, «uccello da cortile» e il soprannome dato ai militari un po' tonti ai quali si affidano i lavori più pesanti) forse trovò in quella sera l'amor proprio per studiare seriamente il suo strumento. Era it 1936. Parker, sedicenne, aveva già provato tutte le esperienze negative che un giovane può provare a quell'età. La sua escalation nel mondo della tossicomania aveva seguito un iter preciso quanto allucinante: a dodici anni la prima droga leggera, a tredici la benzidrina, a quattordici la marijuana e a quindici l'eroina. Figlio di una donna di servizio negra e di un magnaccia ucciso dalle pugnalate di una prostituta, Parker lasciò la scuola a quattordici anni, dopo aver imparato praticamente tutti gli strumenti a fiato nella banda del suo istituto. Accompagnandosi ad un mendicante, imparò ad infilarsi di nascosto al Reno, al Cherry Blossom e al Sunset per ascoltare Lester Young e Buster Smith. Quando arrivò a New York in piena «swing era», il suo fu un pellegrinaggio tra il Parisian Ballroom, dove si trovò, a fare anche lo sguattero, e i banchi dei pegni presso i quali finivano tutti i suoi strumenti, quelli che spesso gli amici impietositi gli prestavano. Dopo la scenata di Jones, Parker trovò, nel pianista Carrier Powell un amico che lo aiutò ad analizzare i brani, mettendolo in grado di smontarne la struttura da un punto di vista armonico per lui totalmente sconosciuto.

Fu un periodo di studio, per un incostante come Bird, molto intenso. I risultati non si fecero attendere. Ricorda Gene Ramey che Parker divenne padrone del suo strumento, abilissimo armonizzatore e che la voce del suo sax era ora una cosa affascinante. Girava per le strade con il sassofono avvolto in un quotidiano per «averlo più prontamente in mano quando serviva». Ricorda Biddy Fleet che un giorno Bird, in una tavola calda, iniziò ad improvvisare tra il via vai dei camerieri delle nuovissime armonizzazioni su di una canzonetta in voga, «Cherokee», un brano su cui nessuno si azzardava ad avventurarsi data la complessità degli accordi.

Parker era affascinato dalle possibilità di nuove soluzioni armoniche. Nel '40 quando iniziò a registrare i primi dischi con Jay Mc Shann, molte delle sue improvvisazioni contenevano già l'embrione del be-bop, come in quel «Sepian Bounce» o in «Jumpin' Blues» che serviranno poi da frasi portanti dello storico «Ornithology».

Charlie Parker, sempre più divorato dalla droga e dai suoi appetiti sessuali (confessa Ross Russell, il sue biografo più attendibile: «Mai meno di una donna al giorno, ma spesso anche tre») durante una sua tournèe, nel '46 in California, viene colto da una crisi di paranoia e ricoverato al Camarillo, una clinica per malati di mente. E solo l'inizio del lungo calvario che si concluderà nove anni più tardi, dopo una serie di ricoveri al Bellevue Hospital di New York e tutta una drammatica, allucinante sequela di episodi che danno l'idea del dramma di un uomo angosciato, allo stremo delle forze, morso da continui sensi di colpa. Jackie McLean, sassofonista e suo amico sincere, fu costretto a prenderlo, dopo ore di suppliche accorate, a forti calci nel sedere per «punirlo del suo mode di vivere».

La musica di Bird riporta interamente questo dramma, come nell'ormai classico e tragicissimo «Lover man», il brano in cui Bird fu colto da un accesso di follia. L’aver anticipato di quasi vent'anni certe soluzioni melodico-ritmico-armoniche (il suo beat e ancora oggi attualissimo e genera una infinita serie di sassofonisti da lui fortemente ispirati) l’aver vissuto in modo cosi totale e drammatico la vita, fanno di Charlie Parker una delle figure più dolorosamente ricche di umanità e di sfortuna del jazz.

Una sua frase, pronunciata durante un attacco di schizofrenia verso gli anni della fine, quando la scomparsa della figlioletta Free lo mina irrimediabilmente nel morale e nel fisico, dà il senso del suo enorme dramma: «Questa frase l'ho gia suonata domani».

Ricordano i compagni di incisione che urla questa sua angoscia, procurata dal tipico slittamento di tempo schizofrenico, sino ad accasciarsi sbavante e sfinito sul pavimento dello studio, ossessionato dal fatto di aver vissuto fisicamente l'avventura traumatizzante di suonare del jazz avanzato di almeno dieci anni.

Quando mori, la metropolitana di New York si colorò di scritte rosse: «Bird Lives!» Bird è ancora vivo! E vero. E’ uno di quelli che sotto terra ci hanno mandato solo il corpo bucato dalle fiale di eroina. Parker è in ogni nota del jazz, anche adesso.

 

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