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  • Venerdì 19 Giugno 2009 09:21
  • Ultimo aggiornamento Venerdì 19 Giugno 2009 10:07
  • Scritto da David Guanciarossa

Jazz story - Luis Armstrong

(New Orleans 1900 - New York 1971)

Louis Armstrong

«Il jazz ed io» diceva sempre «siamo cresciuti insieme». Armstrong ed il jazz hanno in comune l'età ed luogo di nascita: I'inizio del secolo a New Orleans, nella Louisiana, porto fluviale del «deep south» americano.

New Orleans era, in quegli anni, una città di «predicatori, biscazzieri, delinquenti, ladruncoli, mezzani, prostitute e bambini». E lui stesso a descriverla cosi nell'autobiografia degli anni gloriosi a New Orleans. «C'erano bettole, bar e locande, un vero esercito di donne di malaffare che battevano la zona in cerca di clienti da trascinare nella .cuccia. Mia madre mi raccontò che la notte in cui nacqui ci fu una furibonda sparatoria nel vicolo e che durante la rissa ci scappò il morto, anzi due. Era il quattro luglio, festa grossa per New Orleans».

In questo ambiente, chiassoso, colorito, ogni cosa era pubblica, aperta. Si viveva per le strade. L'infanzia di Armstrong è fatta di corse dietro le «marching bands», le bande formate dagli strumenti a fiato che venivano assoldate per ogni occasione di festeggiamento: banchetti matrimoniali, battesimi, balli pubblici, funerali. I funerali in tutto il vecchio Sud erano un'occasione di riunione basata soprattutto sulla musica e sui pranzi ed il celebre «New Orleans Function», è lo specchio di quell'atmosfera incapace di ipocrisia, in cui le «street parades» iniziavano con marcette funebri e finivano con trascinanti «collettivi» pieni di swing.

Il bambino dagli occhi tondi sempre allegri e dalla bocca enorme si riempi di quella vita semplice, grama ma felice, visse i primi anni ad adorare i suoi idoli, Joe Oliver in testa, che a piedi o, più spesso, caricati su camions scoperti, si «davano battaglia» agli angoli dei propri quartieri. Allora quella musica non si chiamava ancora jazz e nessuno di quegli uomini che soffiava nel suo strumento tanto forte da farsi sentire nel quartiere opposto sapeva che il suo nome sarebbe poi apparso nei trattati di musica.

La sua infanzia e l'adolescenza si sgranarono povere e miserabili, cosparse di cambi di mestieri e di espedienti nei bassifondi della città. Nel Capodanno del '14, contagiato dalla collettiva «pazzia» dovuta ai festeggiamenti, sparò alcuni colpi in aria e finì in riformatorio per un anno. Proprio qui ebbe la sua prima «cornetta» dato che era entrato a far parte della banda del riformatorio.

Nell'estate del '22 il suo idolo e maestro «King» Oliver lo invitò ad unirsi alla sua (diventata poi leggendaria) «Creole Jazz Band» per suonare in un locale di Chicago.

La sua seconda tappa nella scalata al successo fu l'anno trascorso a New York con il complesso del pianista Fletcher Henderson: se gli abitanti di Harlem sorrisero al suo arrivo per le enormi scarpe che portava e per la sua aria da provinciale, dopo averlo ascoltato furono pieni di ammirazione e si misero ad imitarlo in tutto, nei gesti come nelle scarpe.

Dopo questa esperienza, pronto per il decollo definitivo, fondò nel '25 la prima delle varie versioni degli indimenticabili «Hot Five» con le quali registrò buona parte dei suoi capolavori, in cui si trovano le sue caratteristiche peculiari: potenza, personalità, proverbiale irruenza e infine il canto «scat». La sua voce veramente inconfondibile, usata come uno strumento, pronuncia parole e sillabe senza significato ma di immensa presa e di incredibile fascino: questa voce fu forse per il grande pubblico il motivo di maggior interesse.

Louis Armstrong ha impersonificato il jazz nella mente di molti; certamente e stata l'unica figura della storia del jazz in grado di riunire in se stessa il jazz epico con tanta coerenza e forza. Per quanto sia terribilmente difficile e limitativo identificare un intero genere musicale in una persona, Louis Armstrong è stato il jazz.

Fu verso il '33 circa che Armstrong «concluse» la sua carriera. Da quando imboccò una tromba per la prima volta sino a quando iniziò un giro di tournèe (che in pratica ha avuto fine solo con la sua morte), Armstrong ha immortalato il meglio della sua musica nelle incisioni discografiche. Dopo di allora egli ha suonato per il pubblico, in modo sempre più generoso, dando sempre al pubblico ciò che voleva. La storia del jazz I'aveva già scritta. II grande Satchmo è quello di un periodo storico che i dischi hanno, fortunatamente, potuto consegnare integro ai suoi ammiratori. Dopo di allora abbiamo avuto un grande «showman», al quale, cosi come lui non sapeva rifiutare niente al pubblico (neppure le canzonette di Sanremo), così noi non abbiamo saputo rifiutare l'affetto che gli spettava per anni di jazz meraviglioso, il più sincero ed appassionante che mai sia stato inciso.

 

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